“Green Book”, un film da Oscar

Anteprima di “Green Book”, commedia on the road anni ’60 che fa sorridere e pensare. Ed è ricca di bellissima musica. Vincerà l’Oscar? Hope so!

di Diego Perugini

Ho visto l’anteprima di “Green Book” sapendo poco o nulla del film, giusto un trailer e qualche “strillo” positivo. Scoprendo solo in seguito che è fra i candidati all’Oscar. Ed è stata una piacevolissima (e istruttiva) sorpresa. Perché è una storia vera, appassionante, una commedia on the road anni ’60 che fa sorridere e pensare. Ed è ricca di bellissima musica. Si racconta la vicenda di due personaggi antitetici: Tony Lip, italoamericano furbetto e volgarotto, ma simpatico e di buon cuore; e Don Shirley, talentuoso pianista di colore, sin troppo raffinato e rispettoso delle regole. Quest’ultimo vuole andare a suonare nel profondo Sud degli States, sfidando il razzismo imperante di quelle zone, e ingaggia il nostro Tony come autista.

Durante il viaggio ne accadono di ogni, fra situazioni comiche e altre drammatiche. Ci sono il classico scontro di caratteri, origini e comportamenti, da cui ognuno impara qualcosa dall’altro, e la denuncia del razzismo, sempre attuale. In più, una serie di riflessioni e sottotesti sulla musica. Durante i viaggi in macchina Tony fa scoprire all’altezzoso Don, chiuso nella sua torre d’avorio di matrice classica, la forza di certa black-music, da Aretha Franklin a Little Richard, riportandolo a ristabilire il contatto con le sue radici.

“Green Book”, un film da Oscar

Don suona in case, teatri e luoghi altolocati, davanti a un pubblico rigorosamente bianco, stregato dal suo magico tocco. Però non può accedere ai servizi dei bianchi, né mangiare al loro tavolo. Come una specie di giullare che deve allietare la platea, ma poi rimanere al suo posto. Perché la musica dei neri piace molto ai bianchi, non tanto però da vincere il loro razzismo. Per sopravvivere Don ha dovuto anche cambiare: lui viene dalla classica, “Ma un negro non può suonare Chopin”, dice in uno dei momenti clou del film. E, allora, s’inventa una miscela di jazz, blues e classica, che possa piacere un po’ a tutti. Persino all’incolto Tony.

Non vi dico molto altro, per non rovinarvi il piacere della visione: se non che Viggo Mortensen nei panni di Tony è strepitoso, il film è girato coi tempi e ritmi giusti (il regista è il mitico Peter Farrelly di “Tutti pazzi per Mary” e altri successi), e la colonna sonora è una gioia per le orecchie.

Si esce dal cinema col sorriso sulla labbra e anche con qualcosa in più. Per esempio, non conoscevo la musica di Shirley e ora andrò a ripescarla. Come dicevano i vecchi saggi, non si finisce mai d’imparare.

“Io sono Mia”, stasera in tv il film su Mia Martini

IO SONO MIA. Serena Rossi nel ruolo di Mia Martini, photo Bepi Caroli
Arriva stasera in tv il biopic su Mia Martini. Il racconto appassionante di un’artista dalla vita difficile e vittima di un assurdo pregiudizio.

di Diego Perugini

Piccola premessa: i film biografici sono da maneggiare con cautela. Perché il rischio di forzare la storia, romanzarla, quando non addirittura falsarla, è grande. Con sonore arrabbiature dei fan e dei critici più puntigliosi. E’ accaduto di recente con “Bohemian Rhapsody”, storia di Freddie Mercury e dei Queen, che s’è beccato più d’una stroncatura per le tante inesattezze inanellate, salvo però stravincere al botteghino e ai Golden Globe. Un rischio che s’è preso pure la nostra Rai Fiction, prima col film su Fabrizio De André, “Principe Libero”, e ora con “Io sono Mia”, dedicato a Mia Martini, stasera in onda sui Rai1 (ore 21.25). Regista, produttore e cast chiariscono subito che non si tratta di una ricostruzione fedele della vita della cantante, ma che hanno preferito scegliere un’altra strada, privilegiando l’essenza, il talento e l’unicità di Mia. In una parola, l’anima.

Il film gioca sui flashback, partendo dal pretesto di un’intervista a cuore aperto con una giornalista, prima riottosa e poi partecipe, alla vigilia del Sanremo ’89, dove ha presentato uno dei suoi classici, “Almeno tu nell’universo”. Da lì il racconto di un’esistenza difficile: il rapporto conflittuale col padre, una tormentata storia d’amore, il successo e la caduta, il carattere fumantino, la testardaggine, l’integrità artistica, l’esilio forzato a causa delle assurde maldicenze sul suo conto (un aspetto su cui ci si sofferma a lungo), il ritorno a passi lenti e molto altro ancora.

Diciamolo subito: è una storia appassionante, soprattutto se di quelle vicende sei partecipe o, in qualche modo, testimone. Come nel caso di molti giornalisti, me compreso. La ricostruzione del periodo anni 70 e 80, dai suoi ambienti fino alle copertine dei dischi, è meticolosa, l’interpretazione di Serena Rossi sincera e ispirata. Ha ricantato le canzoni di Mia, da “Padre davvero” a “Piccolo uomo” e “Minuetto”, con bella voce e senza spingere sul pedale dell’imitazione fine a se stessa. Ci ha messo del suo, riuscendo bene nell’impresa, con una somiglianza fisica spesso impressionante, come ha dichiarato anche Loredana Berté, che ha sposato l’intero progetto.

IO SONO MIA. Serena Rossi nel ruolo di Mia Martini, photo Bepi Caroli

Ma ci sono pure difetti e licenze duri da digerire. Durante la visione mi sono chiesto più volte dove fossero Renato Zero e Ivano Fossati, due figure molto importanti nella vita di Mimì: il primo amico storico e il secondo amore della vita (nonché autore di vari successi). Nel film il loro nome non si fa mai (compare fugacemente solo quello di Ivano sul foglio di una canzone) perché, come ha spiegato Berté, non hanno voluto essere rappresentati. I motivi non sono stati chiariti, possiamo solo immaginarli: voglia di privacy, desiderio di non vedere spiattellati e romanzati sentimenti profondi e ferite ancora aperte. Sono scelte personali e, come tali, vanno rispettate. Allora si è ricorso a un escamotage: Zero è diventato Toni, un ragazzo estroso e pittato, che diverrà amico intimo di Mimì, mentre Fossati veste i panni di Andrea, fotografo di successo e suo grande amore. La somiglianza dei due alter-ego con gli originali non lascia dubbi sulla loro vera identità.

Detto questo, ripeto il concetto: il film è appassionante, a tratti persino commovente. A patto di lasciarsi andare e non soffermarsi troppo sul non detto o detto in maniera superficiale. Del resto, è bene ricordarlo: trattasi di fiction televisiva e non di documentario con pretese filologiche. In questo senso funziona benissimo e colpisce nel segno. Potrebbe essere un successo e un ulteriore viatico per la riscoperta di un’artista ingiustamente maltrattata dalla vita e dalla società.

Le “Caramelle” (amare) di Carone & Dear Jack

di Diego Perugini

Comincia la bagarre sanremese ed arrivano, inevitabili, le polemiche degli esclusi. Stavolta tocca a Pierdavide Carone & Dear Jack che sul Corriere della Sera si dichiarano delusi da Baglioni e dalla sua scelta. La loro “Caramelle”, insomma, non è piaciuta al divo Claudio: “È un cantautore e mi sarei aspettato più empatia visto il tema del brano”, ha spiegato Carone dalle colonne del quotidiano milanese, aggiungendo un sospetto di “censura”, perché loro vengono dai talent e non avrebbero quindi l’autorevolezza e neanche il phisique du role per affrontare certi argomenti. “Caramelle”, infatti, parla di pedofilia dal punto di vista di due giovani vittime.

Le prime volte che l’ho sentita non sapevo dell’esclusione sanremese. E l’ho trovata brutta, approssimativa, troppo incline alla ricerca dell’effetto choc. E troppo simile nella struttura a “Non mi avete fatto niente” della coppia Meta-Moro (vincitori dell’anno scorso al festival), come anche nelle sonorità e nell’argomento “impegnato”. Là era il terrorismo, qui l’abuso sui minori. Col sospetto che volessero sfruttarne l’onda e replicarne il successo. Il fatto che l’avessero proposta per Sanremo mi rende ancora più scettico sulla loro buona fede. E, comunque, diciamola tutta: non basta una tematica importante (e meritevole di denuncia) per fare una bella canzone. Il mondo del pop (e non solo) è pieno di tali esempi in negativo (e magari un giorno ci tornerò su).

Comunque sia, un risultato Carone & Dear Jack l’hanno già ottenuto: gli attestati di stima di tanti colleghi (Giorgia, Nomadi, Negramaro, Ermal Meta e altri), l’attenzione dei media e un certo airplay radiofonico. Baglioni ha replicato diplomaticamente durante la conferenza stampa sanremese, limitandosi a smentire l’ipotesi censoria. Da vecchia volpe della scena musicale ha probabilmente fiutato il bluff e stoppato una brutta copia della vincente 2018. Come dargli torto?