Adrian, il Molleggiato fa flop

Rimandato a settembre “Adrian”, il cartoon di Adriano Celentano. Il flop di un programma vecchio in partenza

di Diego Perugini

Adrian, il cartoon di Adriano Celentano
Adrian, il cartoon di Adriano Celentano

Leggo di un rinvio a dopo l’estate di “Adrian”, il cartone animato di Adriano Celentano in onda su Canale 5. Motivazione ufficiale: esigenze di salute e convalescenza del Molleggiato. Diciamola tutta: sembra una scusa per chiudere e ripensare un’esperienza a dir poco fallimentare. O, quanto meno, me lo auspico, augurando lunga vita a uno dei nostri personaggi più cult.

Di certo “Adrian” è stato un flop. Io, da lontano estimatore, ho provato a dargli una (anzi più di una) chance, mettendomi pazientemente davanti al piccolo schermo. Ma resistere allo zapping e ai colpi di sonno è stata una “mission impossible”. Il siparietto pre-cartoon cercava di rinverdire antichi fasti, ma l’assenza o i silenzi del Nostro non colpiscono più. Il cartoon, poi: cui prodest? Una storia logora, già vista, animazioni vetuste, messaggio scontato. Persino i disegni del maestro Manara (che s’è dissociato dall’operazione) avevano un che di stucchevole. In una parola, anzi aggettivo: vecchio.

Durante la visione mi sono chiesto spesso a chi poteva interessare una roba del genere. Non ai giovani d’oggi, intrigati da ben altre situazioni, ma nemmeno ai coetanei di Celentano, che preferiscono ricordarselo ai tempi dei duetti con Mina. La generazione di mezzo? Anche qui, feedback non pervenuto. A pensarci bene, gli unici momenti decenti di “Adrian” sono stati i pochi squarci musicali. Quando, per esempio, a un certo punto è partita in sottofondo la melodia di “Viola”, non ho potuto fare a meno di cantarci sopra. E credo siano in molti a pensarla così. Mi domando, quindi, con che criterio siano stati investiti milioni di euro (dicono 20) per una simile operazione. Davvero non era possibile spenderli in un modo migliore?

Il problema, credo, stia a monte. Nell’ambizione smisurata del “re degli ignoranti” (e nel credito altrettanto smisurato concessogli), che quando canta è un semidio ma quando predica fa cadere le braccia. E crolla miserevolmente quando s’alza l’asticella. Ricordo al proposito l’imbarazzante siparietto dell’intervista a David Bowie nel 1999 a “Francamente me ne infischio”, quando il Molleggiato, imbarcatosi in una delle sue confuse tirate pacifiste, cercò inutilmente di coinvolgere nella discussione la sempre più perplessa rockstar inglese. Una situazione simile accadde pure coi R.E.M., qualche anno dopo.

La morale, insomma, è la solita. E mi piace riassumerla con un vecchio detto meneghino: “Ofelè fa el to mesté”. Letteralmente significa “Pasticciere, fai il tuo mestiere” e si rivolge a chi si avventura in altri campi senza averne la necessaria competenza. Diteglielo al ragazzo della via Gluck.

Subsonica in tour, intervista a Boosta

Quattro chiacchiere telefoniche con Boosta, fondatore e tastierista della band torinese, da poco partita con l’8 tour

di Diego Perugini

Intervista a Boosta dei Subsonica, partiti da poco con l'8 tour
Subsonica, è da poco partito l’8 tour

Mentre a Sanremo si consumava l’ultimo atto dell’edizione n. 69, i Subsonica partivano per un nuovo tour. L’ennesimo di una lunga carriera. “Ma stavolta era un po’ diverso”, mi dice al telefono un raffreddatissimo Boosta. “Mancavamo dai palchi da un po’, allora prima abbiamo fatto un po’ di concerti nei club in giro per l’Europa. Ed è stato molto bello e utile per ritrovare le dinamiche di gruppo, quella confidenza sul palco. Un rodaggio, anzi di più. E’ stato un percorso di riscoperta, dove abbiamo capito molte cose. Innanzitutto, che i muri e le barriere non servono a niente. E che, al di là delle formazioni sovraniste, oggi i ragazzi considerano l’Europa come un territorio unico, anzi il loro territorio d’elezione”.

Dopo l’esperienza estera, la band è tornata in patria e ha cominciato a macinare i live dell’8 tour, titolo che rimanda all’ultimo cd (“8”). In scaletta i nuovi brani e gli immancabili classici. “E’ uno spettacolo impegnativo e ambizioso, curato nei minimi dettagli, che vede coinvolto tutto il nostro team, siamo una sessantina di persone. C’è un grande palco, super-immersivo e sempre in movimento. Ci piace pensare al live come momento unico e speciale, che non guardi sui telefonini. E che sia una piccola esperienza di vita. Uno show da ballare, ma che faccia anche riflettere”.

Pochi giorni fa hanno suonato nella loro città, Torino: “Tornare a casa è sempre bellissimo. Bando ai campanilismi, però senza Torino noi non saremmo nati: penso alla Torino anni 90 coi suoi locali, i suoi input, la sua vivacità culturale. L’abbiamo raccontata tante volte nelle canzoni, rimane il nostro rifugio, il luogo dove viviamo. E in tour ci siamo portati un concittadino, il rapper Willie Peyote, che non è il solito supporter, ma interagisce con noi sul palco e in alcuni pezzi”.

Prossimamente i Subsonica suoneranno a Milano (18 e 19, Mediolanum Forum d’Assago) e Roma (21, Palalottomatica). “Due città molto importanti per noi. Milano ci ha sempre accolto benissimo. Ricordo i piccoli club come Binario Zero e Tunnel. E il sold out al Forum del 2000, quando ci hanno chiesto di ritardare l’inizio del live perché c’era coda in tangenziale. Roma ci ha lanciato ancor prima di Torino e tuttora abbiamo molti amici un po’ ovunque, non solo sulla scena musicale. Indimenticabile il tutto esaurito a Il locale, nel 1997: era una notte di pioggia e avvicinandoci al club abbiamo visto un sacco di gente in coda. Non riuscivamo a credere che fosse per noi”.

Una storia, la loro, che dura da oltre vent’anni. E che ha resistito all’usura del tempo e delle mode. “Il segreto è la stima, il rispetto, l’intelligenza, il volersi bene. Siamo una band senza leader ed è importante saper gestire i rapporti e lasciare che ognuno si prenda i propri spazi, quando necessario. Così siamo in giro da vent’anni con la stessa formazione e la stessa voglia di suonare degli inizi”.

Lo squallore dopo Sanremo

Ultimo, secondo arrivato fra le polemiche a Sanremo 2019
Ultimo, secondo arrivato fra le polemiche a Sanremo 2019

di Diego Perugini

Squallido. E’ l’aggettivo che meglio descrive quanto sta succedendo nel dopo Sanremo. Il giovane Ultimo perde la gara e pure le staffe in conferenza stampa e insulta i giornalisti rei di averlo penalizzato nel voto. La domenica non si presenta in tv e poi rincara la dose su Instagram. Scarso fairplay, a dire poco. Come cantava Shel Shapiro, “bisogna saper perdere”. Piccolissime attenuanti a suo favore restano la verde età, il carattere irruente, la delusione profonda, la sensazione di aver subito un torto. Ma c’è dell’altro, che se venisse confermato sarebbe anche più grave. Alcuni giornalisti avrebbero risposto a tono, anzi di più, rivolgendo al cantante epiteti pesanti durante la conferenza stampa e prima della (mancata) diretta tv dalla Venier. Non solo. Gira in rete un video dove la sala stampa esulta per la mancata vittoria di Il Volo, con lancio di insulti all’indirizzo del trio. Capisco la stanchezza e la tensione dei colleghi, ma il tifo da stadio no. Si può parteggiare (e votare) per uno o un altro artista, ma da dei professionisti mi aspetto sempre un minimo di contegno e di decoro. Lo stesso che mi aspetterei dai professionisti della politica che, invece, anche stavolta stanno dando il peggio di se stessi. Tutto molto squallido. Appunto.

Sanremo 2019, vince Mahmood!

Mahmood, vincitore di Sanremo 2019
Vittoria a sorpresa dell’outsider Mahmood a Sanremo 2019. Un brano moderno, figlio del nostro tempo.

di Diego Perugini

“Pazzesco, pazzesco”, ripete stordito dalla gioia e dall’emozione. E, in effetti, un po’ di (lucida) follia c’è nel verdetto finale di Sanremo 2019. Vince Mahmood, ovvero un outsider, snobbato dalla ridda dei pronostici di professionisti e gente comune. Ed è una bella vittoria, sebbene decretata dai voti della stampa e della giuria d’onore, mentre il pubblico di casa col televoto gli ha preferito di gran lunga il più tradizionale Ultimo. Un verdetto che mi ha ricordato alla lontana quello di 19 anni fa, quando la giuria di qualità spinse gli Avion Travel in cima alla classifica, penalizzando gli altri. Stavolta, però, non m’è sembrato di vederci un eccesso di strategia, come fu allora. Semmai, differenze di gusti e vedute. Mia ingenuità. Perché invece s’è scatenato subito un putiferio, con accuse, polemiche, insulti e le solite strumentalizzazioni politiche.

Ma anch’io, dovendo scegliere, avrei preferito Mahmood. Perché la sua canzone è più moderna, contemporanea. E rappresenta bene il melting pot di stili, generi e culture dei nostri tempi. In “Soldi” ci ritrovi trap, rap, elettronica, pop e influssi mediorientali. Perché, appunto, Mahmood è un figlio dei nostri tempi, milanese di nascita da mamma sarda e papà egiziano. E sa far convivere nel modo giusto radici e influenze differenti. Poi la canzone ha un ritmo accattivante e ipnotico, con frasi martellanti e quel battito di mani che ti restano in testa. In più parole semplici ma non banali, nel racconto autobiografico di rapporti familiari rovinati dalla vil pecunia, una storia in cui in molti si identificheranno.

Non so, poi, questo exploit dove lo porterà. Di certo la sua vittoria ha rovinato la festa annunciata di Ultimo che, con scarso fairplay, ha polemizzato coi giornalisti in conferenza stampa. Ma, in fondo, il ragazzo romano non ha torto: si prenderà la rivincita nel dopo Ariston, riempiendo i palasport di fan assatanati. Mahmood, chissà…

Sanremo 2019, le canzoni. Non male, ma..

Si chiude qui, quindi, l’edizione 69 di Sanremo. Il livello generale non è stato male, pur senza picchi vertiginosi. Daniele Silvestri ha fatto il pieno dei consensi della critica con un pezzo per niente facile, ma interpretato e sceneggiato con sapienza. Non so poi come renderà fra radio, streaming e dintorni. Ma lui resta un fuoriclasse vero.

L’indie ne esce benino: il pezzo di Motta è imperfetto ma vibrante, con un ritornello potente (“Dov’è l’Italia amore mio?/Mi sono perso”) facilmente condivisibile. Gli Zen Circus un po’ eccessivi e pretenziosi coi loro fiumi di parole in crescendo e niente ritornello (aridatece “Andate tutti affanculo”); Ex-Otago debolucci rispetto agli standard di “Marassi”; Boomdabash innocui ma simpatici col loro reggae made in Salento. L’ex rapper Achille Lauro ha smosso le acque con un rockettino derivativo e ambiguo, con corredo di polemiche sui presunti riferimenti alla droga. Il riff stile Vasco è una furbata vincente, almeno per ora. Durerà?

Parentesi Cristicchi: forse sarò insensibile o quant’altro, ma lo trovo retorico e noioso. Possibile che sia l’unico a pensarla così? Mah. Bertè quarta fra l’incazzatura del pubblico dell’Ariston: la statura del personaggio non si discute, ma il brano non era all’altezza. Di Ultimo s’è già accennato: canzone nel solco della tradizione pop sentimentale, appena aggiornata al 2019. Piacerà molto ai cuori di panna, ma poteva dare di più. Su Il Volo tocca prendere atto che piacciono e molto: sono sempre tra i primi, la critica (me compreso) se ne faccia una ragione. Amen.

Un po’ di malinconia per una Patty Pravo in fase calante, con un brano modesto e un partner fuori contesto: finisce nelle retrovie. Triste, ma giusto così. Rimane in testa il ritornello di Arisa, penalizzata da esibizioni non all’altezza, fra stecche e dimenticanze. A proposito di ritornelli: il primo che m’ha “tormentato” già dopo la prima sera è stato quello dell’imberbe coppia Shade/Carta. E, intanto, su YouTube il loro clip ha già superato i quattro milioni di visualizzazioni. Saranno mica loro i veri vincitori di Sanremo?

Sanremo 2019, si parte

Comincia “Sanremo 2019”, il secondo targato Baglioni. Tutti (?) davanti al piccolo schermo per l’ennesima puntata della storica kermesse. Lo seguirò da casa, noia e sonno permettendo. Intanto, eccovi qualche ricordo e riflessione a ruota libera.

di Diego Perugini

“Sanremo? Ma lo fanno ancora?!” mi chiede ironico Miki, un ragazzo della palestra che frequento. A lui, come a tanti intorno a me, non frega nulla del festival. Gente normale, per intenderci, non i giovanissimi fanatici della trap, ma trentenni e più con mogli e figli. Come Miki, appunto. Fanno un’altra vita, hanno altri interessi, la loro esistenza questa settimana non ruota intorno a quanto accade all’Ariston, come invece sembrerebbe dal solito can can mediatico totalizzante. Poi gli ascolti diranno altre cose, che metà degli italiani sono rimasti incollati al video, che il gradimento è massimo (o minimo) ecc. ecc. Comunque sia, Sanremo sta per iniziare. Lo seguirò. Forse non tutto e non sempre, magari farò un po’ di zapping, forse andrò al cinema o a vedere qualche concerto, forse schiaccerò strada facendo un pisolino sul divano. Ma lo seguirò. Per curiosità professionale e vecchio amore. Come quando, a otto anni, rimasi folgorato da Lucio Dalla e il suo “4/3/1943” in bianco e nero: quella voce, quel violino, quelle parole, quella melodia.

Lucio Dalla, Sanremo 1971

Più avanti ricordo lo choc (positivo) della “Vita spericolata” di Vasco e, negli anni Ottanta, le adunate in compagnia anche solo per “gufare” (simpaticamente) Toto Cutugno. Trascinavo fidanzata e amici riottosi alla maratona sul piccolo schermo, si finiva satolli di cibo e vino a ronfare sino alle ore piccole. Poi ho cominciato ad andare a Sanremo sul serio, per lavoro. Poche volte, a dire il vero, e senza entusiasmo. C’era questa gigantesca sala stampa, con i primi posti per le testate più importanti e via via a scendere fino all’ultimo “peone”. E l’atmosfera fra il goliardico e il cameratesco, con l’adrenalina a mille nei momenti topici. Perché, dicevano i cronisti storici, una notizia che in giornate normale sarebbe di poco conto, a Sanremo diventa una bomba. Verso fine serata il clima si faceva più lento e la stanchezza prendeva il sopravvento assieme a un filo di malinconia sottesa. Chi prendeva la saggia via del riposo, chi vagabondava fino all’alba fra cene, feste, ritrovi e live notturni. Salvo poi ritrovarsi tutti il giorno dopo, occhi pesti e incedere da zombi, a saltabeccare fra i mille e uno appuntamenti promozionali.

Sanremo, sala stampa

Una delle cose più curiose era l’atteggiamento di parecchi colleghi: in apparenza schifati dall’idea di andare ancora a Sanremo, ma sotto sotto felici e orgogliosi di essere parte del grande circo. Io, invece, l’ho sempre vissuta in negativo. Non mi piaceva la musica del festival, detestavo stare ore in quell’ambiente claustrofobico, odiavo lavorare sotto pressione, mi deprimeva l’assurda psicosi collettiva, con gente accalcata nei pressi della passerella per carpire un cenno o un autografo all’eroe di turno (senza magari sapere nemmeno chi era). Insomma, non vedevo l’ora di tornare a casa. L’ultima volta, addirittura, ho fatto le valigie prima della finale in polemica col giornale che mi ci aveva spedito: perché volevano che scrivessi di tutto tranne che di musica. Mah.

Non so quanto sia cambiato negli ultimi anni, non credo granché. Una costante rimangono le polemiche. Le lamentele degli esclusi, i casini col televoto, le giurie specializzate, i presunti brogli, le interferenze politiche e altro ancora. Ci si potrebbe scrivere un libro.

Il 2019 è l’anno del conflitto d’interessi baglioniano. Una battaglia portata avanti da un incazzoso e coraggioso collega e, all’inizio, bellamente ignorata dalla stragrande maggioranza dei media, immagino per il classico “quieto vivere”. Salvo poi ripensarci quando nell’agone è arrivato il carrarmato “Striscia la notizia”, a cui non è parso vero avere un bel bocconcino Rai da mordere. Il tema è intrigante, lo sviluppo non so. Con un pizzico di fatalismo qualunquista mi verrebbe da dire che finirà come sempre. Tanto fumo e poco arrosto. La polemica monta, s’ingrossa, s’infiamma ma alla fine si sgonfia. E tutto ricomincia come se nulla fosse accaduto. Ma sarò lieto di venire smentito, se qualcosa davvero cambierà.

Daniele Silvestri, in gara a Sanremo 2019 con “Argentovivo”

Intanto da stasera si parte. Le canzoni non le ho ancora sentite, ma il cast ha qualche asso nella manica anche per chi, come me, ne ha piene le tasche dei soliti nomi da festival. Curioso di sentire Silvestri, Motta, Ex-Otago, Zen Circus, persino Achille Lauro, che solitamente mi fa venire l’orticaria. Quindi mi metterò con fiducia (relativa) davanti al piccolo schermo. Sempre che lo spettacolo monstre non affossi le mie buone intenzioni, fra siparietti comici, ospiti, pubblicità e amenità varie. In questi casi c’è il telecomando in agguato. O un rassicurante cuscino su cui posare la testa.