Vasco, sacerdote del rock

di Diego Perugini

Vasco Non Stop Live 2019. Vasco Rossi a San Siro
Vasco Rossi a San Siro

Mai stato un fan sfegatato di Vasco. Ma per motivi di lavoro e/o curiosità, mi sono ritrovato spesso a occuparmi di lui. L’ho anche intervistato diverse volte e visto altrettante in concerto. L’ultima ieri sera, atto conclusivo della “sei giorni” sold out a San Siro, ormai sua seconda casa.

Ed è stato uno show, nel vero senso del termine, con un palco gigante, la solita passerella verso il prato, e un muro di schermi a diffondere immagini e suggestioni. Poi c’è lui, Vasco, più vecchio e più stanco, perché gli anni passano per tutti (direbbe mia mamma) e perché a un certo la vita spericolata ti presenta il conto. Ma lui rimane forte e molto rock, meno agile ma coi piedi ben piantati per terra, con quello spirito anarchico, le impenitenti malizie sessuali, la vena ludica, quella romantica e quella più pensosa. E una voce che scuote nel profondo.

Certe canzoni, tipo “Portatemi Dio”, “Vivere”, “Senza parole”, tanto per fare qualche titolo, è bello riascoltarle e riscoprirle, così come i ripescaggi dal passato remoto, da “Domenica lunatica” a “Ti taglio la gola”, tra i momenti più divertenti. Poi c’è il pubblico che, come si usa dire, è lo spettacolo nello spettacolo. Chi non ha mai visto un concerto di Vasco non può capire. Gente di generazioni diverse, nonni, figli e nipoti uniti ad ascoltare e cantare il verbo. Sempre e comunque.

Perché, lo si è scritto tante volte, quella di Vasco è davvero una sorta di messa laica, un rito catartico contro il logorio della vita moderna. Per scacciare via le paturnie del quotidiano, i brutti pensieri, i casini. E come ogni messa che si rispetti, alla fine, il succo resta sempre quello. Cambia semmai la “predica”, che stavolta punta sul filo conduttore della musica che aggrega, consola e aiuta nei momenti difficili. Come quelli che stiamo vivendo.

Il resto sono piccole grandi variazioni su un canovaccio classico. Sonorità a tratti ai confini del punk, scaletta diversa con dolorose esclusioni (“Liberi Liberi”, “Stupendo”, “Ogni volta”…), scenografia rinnovata. Ma il “sacerdote” Vasco non cambia. E al termine del rito, emana la “benedizione” al suo popolo, quel “Ce la farete tutti” che suona un po’ augurio, un po’ esortazione, un po’ speranza. Conviene credergli, non si sa mai.