“Hallelujah. Ma anche no!”

di Diego Perugini

Leonard Cohen, "Hallelujah"
Leonard Cohen, “Hallelujah”

Piccolo aneddoto di fine vacanza. Sere fa me ne stavo in una bella chiesa di montagna ad ascoltare un piccolo recital di due ottimi cantanti lirici (basso e soprano) fra arie d’opera e momenti più pop. A un certo punto il basso si fa compunto e serioso, annunciando di stare per interpretare un brano a cui tiene molto. Boh, mi domando, chissà che cosa sarà.

E attacca l’”Hallelujah” di Cohen. Fatico a trattenere il disappunto (siamo pur sempre in chiesa) e con pazienza sopporto fino alla fine. Una versione tecnicamente ineccepibile, ma retorica ed enfatica. Da dimenticare. E penso, invece, a quanto ho amato la minimale eleganza dell’originale e, poi, la meravigliosa cover di Jeff Buckley.

Ma non è colpa del basso. Lui è, come si suol dire, la punta dell’iceberg. Il fatto è che quella grande canzone me (ce?) la stanno facendo odiare. Oggi tutti si sentono in dovere di cantarla: nei talent, nelle feste di piazza, negli spettacoli tv. Ovunque. Quando si vuol creare un momento pseudo-emozionale, ecco il pezzo ad hoc. Quasi sempre eseguito maldestramente. Molti lo vogliono ai matrimoni e ai funerali, in chiesa va fortissimo, anche se il testo non è esattamente un inno religioso.

E’ quel che accade quando un brano diventa popolare, troppo popolare. Senza magari neanche sapere la sua storia e quel che dicono le parole. Di esempi ce ne sarebbero tanti nella storia del rock, a ognuno il suo.

Forse qualcuno mi accuserà di essere snob perché, in fondo, la musica è di tutti e bisogna lasciarla scorrere. Sarà. Però io resto insofferente a sentire certi pasticci. E non me ne voglia il bravo basso.

ANTEPRIMA: “Blinded By The Light”, il film con le musiche del Boss

Blinded By The Light, in arrivo nelle sale italiane il film con le musiche di Bruce Springsteen
Blinded By The Light, locandina

di Diego Perugini

Molti di noi devono qualcosa a Bruce Springsteen. Alla sua musica, alla sua poetica, al suo essere “uno di noi” nonostante lo status di rockstar mondiale. Ricordo ancora la mia “prima volta”: avevo 12 anni e con mio cugino più grande Antonio giravo Milano alla disperata ricerca di “Born To Run”, recensito con entusiastici toni dal vecchio “Ciao 2001”. Non lo trovavo, era esaurito, finché in un negozio sotto la Galleria vidi in vetrina quella magica copertina in b/n con Bruce e Clarence spalla a spalla. Sorriso a 32 denti e acquisto immediato. Per poi entrare per sempre nel mondo del Boss. E da lui ricevere strada facendo tante emozioni e, perché no, piccole grandi lezioni di vita.

“Blinded By The Light”, film in uscita il 29 agosto, racconta una storia (vera) di dedizione per il Boss nell’Inghilterra proletaria anni Ottanta (Luton), fra il pop elettronico dell’epoca, le capigliature cotonate, i look da “new romantic”, la politica restrittiva della Thatcher e il razzismo muscolare del National Front. Al centro c’è un adolescente di origini pakistane chiuso fra mille difficoltà, personali e non: un amico gli farà conoscere il rock di Springsteen e, attraverso i suoi testi, troverà in se stesso la forza di andare avanti, scoprire la propria identità, sconfiggere i pregiudizi e raggiungere i suoi obiettivi. Perché il Boss parla della gente comune, del lavorare sodo, ti incoraggia a non mollare e a inseguire i tuoi sogni. Un messaggio valido ieri come oggi.

Blinded By The Light, trailer

Il film gioca per lo più sui binari della commedia, con qualche sprazzo di musical e tante canzoni sparate a mille: impossibile non ritrovarsi in sala a canticchiare classici come “Thunder Road”, “The Promised Land”, “Badlands” e “Born To Run”. Non un capolavoro, per carità, ma un film onesto e piacevole, dove nel giro di un paio di (velocissime) ore si ride, si canta, ci s’indigna e ci si commuove. In più, fra le righe e con un pizzico di retorica, ritroviamo messaggi di pace, solidarietà, amore, antirazzismo e amicizia. Sarà anche poco, ma di questi tempi strani non può che fare bene. Proprio come la musica del Boss: salutare, energica, catartica. Che, a volte, ti cambia pure la vita. In meglio. Molto meglio.