“Lucio Dalla”, 40 anni dopo

di Diego Perugini

LUCIO DALLA - Copertina "Legacy Edition". Illustrazione Alessandro Baronciani
LUCIO DALLA – Illustrazione Alessandro Baronciani

Il 1979 fu un anno importante per la musica. Uscirono “London Calling” dei Clash, “The Wall” dei Pink Floyd, “Breakfast in America” dei Supertramp, “Reggatta de Blanc” dei Police e molti altri titoli memorabili. Insomma, c’era da dar fondo ai poveri portafogli di molti noi ragazzi del tempo. In quel marasma di uscite internazionali, trovò spazio anche uno straordinario album italiano, “Lucio Dalla”. Lo comprai anch’io, spinto da una sorta di passaparola collettivo e dalla forza di una serie di brani capaci di coniugare al meglio profondità d’autore e orecchiabilità pop.

E fu un clamoroso successo, il primo vero e grande del compianto artista bolognese. Quel disco ora viene ripubblicato in una versione rimasterizzata (“Legacy Edition”), con la miglior definizione possibile e un ricco libretto interno, dove i cantautori di oggi, da Dente a Colapesce, rendono omaggio al genio “dalliano”.

Curioso risentire i protagonisti dell’epoca, come il tecnico Maurizio Biancani, che trattò il disco originale e ora ha curato anche la nuova edizione: “L’ho fatto con religioso rispetto, perché era impossibile migliorare un disco nato all’insegna del divertimento e della spontaneità. Ho solo ridato un po’ di smalto a certi colori un po’ avvizziti, una sorta di restauro. Inutile attualizzare i suoni, perché sono già attualissimi”.

Lucio Dalla, Foto d'Archivio Sony _ Marva Marrow_m
Lucio Dalla, Foto d’Archivio Sony _ Marva Marrow_m

Lo storico produttore Alessio Colombini divaga e snocciola aneddoti, parlando di un Dalla artista geniale ma “disciplinato” e pronto ad accogliere i suggerimenti giusti: “Come quando sentii il primo abbozzo di ‘Anna e Marco’: s’intitolava ‘Sera’ e aveva un testo un po’ scarsino. Glielo dissi e lui cambiò tutto in una notte. E creò quel capolavoro di immagini cinematografiche che tutti conosciamo”.

Quelle canzoni fa impressione riascoltarle oggi in una forma ancora più bella e smagliante. L’apocalittica “L’ultima luna”, l’enigmatica “La signora”, la dedica di “Milano”, il duetto con De Gregori su “Cosa sarà” (e quel bellissimo finale di sax). E, soprattutto, la conclusiva “L’anno che verrà”, col suo splendido testo fra disillusione e speranza, diventata nel tempo un inno popolare (anche nei veglioni di Capodanno), ma che non ha perso un briciolo della sua visionaria poetica. Con quell’incalzante crescendo (“vedi caro amico cosa si deve inventare…”) che mette sempre i brividi. Ieri come oggi.

In più ci sono un tris di chicche, brani già noti ma in inedite versioni di studio: l’orecchiabile “Angeli”, agrodolce ritratto degli italiani emigrati in Svizzera (bello il nuovo video girato a Lugano con le immagini di Alessandro Baronciani), e la classica “Ma come fanno i marinai” con De Gregori. Ma, forse, il “ritrovamento” più curioso è il provino di “Stella di mare” in inglese maccheronico, con Dalla che incita e guida i musicisti e canta in maniera libera e selvaggia, fra rock e prog.

E non finisce qui. Dalla Sony garantiscono che gli archivi sono ricchi di altro materiale inedito da pubblicare strada facendo. Non ci resta che aspettare. E sperare.

Giù le mani da Battiato!

di Diego Perugini

Franco Battiato, credito Roberto Pagliani_lr

Franco Battiato è malato, lo si sa da tempo. Di cosa e a quale stadio, invece, non si sa. Giuste questioni di privacy. Peccato però che sui media e sui social fiocchi una ridda di indiscrezioni, polemiche e gossip al limite della decenza. Anzi, oltre. Giusto qualche giorno fa, poco prima dell’uscita del nuovo cd “Torneremo ancora”, è arrivato l’ennesimo scoop di un presunto collaboratore del Maestro, che spara a zero sull’uscita discografica con frasi tipo “cercano di tenere in vita qualcosa che è già morto”. E giù altri fiumi di parole e discussioni.

Spiace che in tutto il bailamme di morbosi pettegolezzi ci vada di mezzo la cosa più importante: la musica. E’ vero, non si tratta di un vero disco “nuovo”: perché sono di registrazioni di un paio d’anni fa, colte durante le prove dei concerti con la Royal Philharmonic Concert Orchestra. E anche l’unico inedito, il brano che dà il titolo al disco, risale più o meno a quel tempo. Da qui, però, a parlare di speculazione commerciale ce ne corre. Anzi, ho il sospetto che chi ne scrive indignato non abbia nemmeno sentito il disco, ma parli per partito preso.

Perché l’album, in realtà, è assai bello. Ascoltare senza pregiudizi per credere. In scaletta ci sono classici e pezzi meno noti, con una super orchestra a sottolineare suggestioni e melodie, senza band di supporto. La voce e l’orchestra. E le canzoni, tutto qui. Da “Come un cammello in una grondaia” a “I treni di Tozeur”, da “Le sacre sinfonie del tempo” a “E ti vengo a cercare”. Versioni da brivido.

Paradossalmente è proprio l’inedito “Torneremo ancora” a non far gridare al miracolo: una canzone del Battiato più spirituale, che con voce fragile e sofferta parla di trascendenza, trasmigrazione delle anime e vita oltre la morte, temi a lui cari e ricorrenti nella sua produzione.

Così come la musica, che batte territori già ampiamente sperimentati. Qualcuno vi ha visto una sorta di testamento spirituale, lasciandosi influenzare dalle notizie sul suo precario stato di salute, ma il pezzo in tutta onestà non è all’altezza di tanti precedenti capolavori, pur innalzandosi di cento spanne rispetto alla media delle uscite discografiche contemporanee. Mi auguro quindi che il Maestro, nonostante le voci scoraggianti, trovi la forza di scrivere altre canzoni. Ancora più belle, sempre più belle.

Vinicio Capossela, in tour con “Ballate per uomini e bestie”

di Diego Perugini

Vinicio Capossela, in tour con "Ballate per uomini e bestie"
Vinicio Capossela

Un concerto di Vinicio Capossela merita sempre. Perché lui è bravo, talentuoso, istrionico. E sa rendere intellegibili e persino accattivanti concetti tosti come quelli contenuti nel suo ultimo e pluripremiato cd “Ballate per uomini e bestie” (qui la mia recensione). E se il disco può risultare alla lunga faticoso, dal vivo è tutta un’altra cosa.

Quello che Vinicio sta portando in giro per l’Italia (qui tutte le date) è un recital teatrale a tutti gli effetti, con tanto di maschere (di animali), una scena statica arricchita da suggestivi visual, un gruppo di musicisti doc. Sul palco austero degli Arcimboldi il Nostro sbuffa e si camuffa, indossa abiti curiosi, racconta il Medioevo contemporaneo a colpi di allegoria. Dentro c’è di tutto, dal folk popolare che fa battere le mani alle ballate più pensierose.

Dal testamento di un suino alle citazioni di Keats e Oscar Wilde sino alle riflessioni sconsolate di tutti noi poveri cristi. Capossela denuncia la barbarie del nostro tempo per chiudere a passo di lumaca (davvero). In mezzo ci mette rabbia e dolcezza, sussurri e grida, ritmi mozzafiato e sospensioni romantiche. Tutto molto bello.

A un certo punto, però, si mette solitario al piano e parla di Milano, la stazione Centrale, il vecchio Smeraldo che non c’è più. E viene un po’ di nostalgia. Mi sono tornati alla mente tanti ricordi. Quando “sfrecciavo” con la mia nera macchinina nella notte meneghina, autoradio vecchio stile e le cassette nel cruscotto, “All’una e trentacinque circa”, “Modì” e “Camera a sud”, dovrei ancora averle da qualche parte.

Ecco il concerto che vorrei, mi sono detto. Riascoltare per una volta quei pezzi, un recital semplice, piano e voce, qualche strumento un po’ jazzato. Il vecchio Capossela, insomma, senza travestimenti. Metaforicamente nudo e crudo. Chiaro, Vinicio probabilmente non ci penserà proprio. Perché l’artista evolve, cerca altri stimoli e nuove avventure, non desidera guardarsi indietro. Ha ragione lui, certo. Però, lasciatemi coltivare questo piccolo desiderio. E chissà mai…

Lucio Battisti in streaming: ma è vera gloria?

di Diego Perugini

Lucio Battisti. Photocredit: 1968/2019 Mimmo Dabbrescia per gentile concessione di ArtD2
Lucio Battisti. Photocredit: 1968/2019 Mimmo Dabbrescia per gentile concessione di ArtD2

C’è qualcosa che non torna, una contraddizione, un equivoco in tutta questa esultanza su Lucio Battisti finalmente in streaming. Piccolo passo indietro: venerdì scorso è uscito “Masters vol. 2”, quadruplo cofanetto in cd (e triplo LP), con 48 brani restaurati e rimasterizzati nella migliore definizione attualmente possibile. Una gioia per l’animo (e le orecchie), che si apprezza in pieno dalle casse di un buon hi-fi e, ancor meglio, con un paio di cuffie ad hoc.

Così mi sono messo lì ad ascoltare in religioso silenzio, godendo di quei particolari che, fra vecchie audiocassette e vinili consunti, non avevo percepito. Da “Vento nel vento” a “Confusione” sino a “Il salame” e “Io ti venderei”, ogni pezzo ha il suo perché. Parlandone con Alberto Radius e Gaetano Ria, rispettivamente chitarrista e fonico, entrambi fidi collaboratori di Battisti, viene fuori che la motivazione ultima dell’operazione è “la speranza che in questa crisi di creatività generale, il suo genio venga scoperto dai giovani”.

Un paio di giorni dopo, il 29 settembre (data non casuale), viene comunicato in pompa magna che il catalogo di Battisti (periodo con Panella escluso) è finalmente online. E, quindi, a disposizione di tutti in streaming. I media ci si sono buttati con toni trionfalistici, anche qui spesso citando i famosi “giovani” come destinatari ultimi. Lo stesso Mogol, parte assai interessata, ha parlato esplicitamente di “patrimonio da tramandare alle giovani generazioni”.

Sarà così? I ragazzi di oggi si butteranno davvero anima e corpo sullo streaming battistiano? Lo scopriremo solo vivendo, citando il Maestro. A me restano dei dubbi. Credo sia soprattutto un’operazione commerciale, certo di cultura ne vedo poca. Sono andato su Spotify e con le solite cuffie mi sono ascoltato qualche pezzo: il paragone con quanto sentito qualche ora prima coi “Masters” in cd è impietoso. Là (il cd) era l’estasi, qui (lo streaming) il tormento.

Forse ai ragazzi (e non solo a loro), prima bisognerebbe insegnare ad ascoltare la musica come si deve e non solo con smartphone e derivati. Ma so che è un’utopia, uno stato delle cose irreversibile. E il fatto che Battisti sia ora su Spotify alla stessa stregua di tante cialtronate da poco non mi fa esultare. Anzi. Non l’ho mai conosciuto, Lucio, ma da quanto ho letto e sentito dubito ne sarebbe stato contento. Probabilmente si starà rigirando nella tomba. Ma tant’è. A noi, vecchi appassionati, non resta che prenderla così, senza farne un dramma. Però è dura.