“Mina Fossati”, ma è capolavoro vero?

di Diego Perugini

Mina Fossati

Sono passati un po’ di giorni dall’evento al Conservatorio di Milano, in cui ci hanno ripetuto in tutte le salse che “Mina Fossati” è un capolavoro. I media ci si sono buttati a capofitto, esaltando di qua e di là, dopo un primo ascolto collettivo in stile “silent disco”. Quella sera c’ero anch’io. E devo confessare che l’album non mi aveva entusiasmato più di tanto.

Perciò ci sono tornato sopra con calma e attenzione fra le mura amiche di casa, col classico ascolto in cuffia senza distrazioni. Ma le perplessità sono rimaste. Intendiamoci: è un disco fatto con attenzione e cura certosina, suonato come si deve, cantato anche meglio. E scritto da una delle nostre migliori penne d’autore.

Capolavoro, allora? Non lo so, è una parola che non amo, troppe volte usata a sproposito. E qui ho qualche dubbio. Di certo è un album elegante e di qualità: vecchio stile, nel bene e nel male. Destinato a un pubblico adulto e ben disposto, ma col rischio di sembrare a tratti “nobilmente tedioso”.

Poi ci sono i gusti personali. Per esempio io non amo gli arrangiamenti di Massimiliano Pani, in equilibrio fra pop, jazz e canzone d’autore: troppo puliti, patinati, leccati. Avrei preferito qualcosa di più istintivo, emozionale, umorale, “sporco”. E ho trovato l’uso dell’elettronica, seppur parco, un po’ fuori contesto (quel “vocoder” poi…mah).

Non tutti i pezzi, inoltre, mi sono parsi così memorabili. Di Fossati, tanto per dirne una, continuo a preferire di gran lunga la scrittura di dischi come “La pianta del tè” o “Lindbergh”. Ma qui c’è Mina, mi si obietterà giustamente, coi suoi tempi e le sue esigenze da fuoriclasse della voce.

E va bene così. In scaletta ritroviamo, comunque, momenti da brivido tipo “Come volano le nuvole”, che davvero si libra alta nel cielo e arriva dentro al cuore per restarvici. Ma non tutto è di quel livello. E allora parlare di capolavoro, forse, è un po’ fuori luogo.

ANTEPRIMA: “Last Christmas”, il film (e George Michael)

di Diego Perugini

"Last Christmas", colonna sonora originale
“Last Christmas”, colonna sonora originale

Sono andato a vedere l’anteprima di “Last Christmas”, in uscita il 19 dicembre, una commediola romantico-natalizia ambientata a Londra. Serata piacevole, con le hostess vestite di rosso, gadgets in omaggio e, sui titoli di coda, una nevicata di coriandoli di carta sulla platea.

Il film è carino, leggero, divertente, non troppo sdolcinato, anche se verso la fine (rigorosamente no spoiler) si sentivano chiari e forti tanti “sniff sniff” e soffiate di naso liberatorie. Un piccolo inno al prendersi cura di sé e degli altri, al non lasciarsi andare, a riprendere in mano la propria vita anche quando è dura.

Ne parlo qui perché, come si potrà dedurre dal titolo, c’è di mezzo la musica di George Michael, passione della protagonista sin da bambina e filo conduttore sonoro di tutto il film. A un certo punto la nostra eroina un po’ sfigata dice: “Mi sento sottovalutata, proprio come lo erano gli Wham!”.

E la mente è andata ai miei anni Ottanta: all’epoca ero un universitario che guardava con snobismo a quelle canzoncine leggere leggere. Ascoltavo Lloyd Cole, Dream Syndicate, Los Lobos, The Smiths e via dicendo. E non riuscivo ad ammettere che “Wake Me Up Before You Go-Go”, in fondo, non era poi tanto male (“Last Christmas” no, la detestavo ieri come oggi, troppo mielosa).

George Michael, credit Andrew Macpherson

Poi George Michael è cresciuto, ha cambiato rotta, è diventato un cantautore pop raffinato e di spessore, dotato di una voce da fuoriclasse. C’è una canzone, ricorrente nel film, emblematica di quella svolta: “Praying For Time”, la superba e ariosa ballata in apertura del suo secondo disco solista, “Listen Without Prejudice Vol. 1”, che già nel titolo invitava a un giudizio senza preconcetti. Un pezzo bellissimo, dalla melodia sognante e dal testo intenso, che racconta di povertà e squilibri sociali.

E’ da lì che ho cominciato a prendere sul serio George Michael e apprezzarne strada facendo i dischi sempre più adulti e consapevoli. Se volete farvene un ripasso essenziale, la colonna sonora di “Last Christmas” è un buon viatico: ci sono tre pezzi degli Wham! e 12 da solista, fra cui la suggestiva versione unplugged per Mtv di “Praying For Time” e l’inedito “This Is How (We Want You To Get High)”, un orecchiabile funky-latin-pop con un testo fra ironia e pessimismo sulla nostra società.

Un’idea per un regalo di Natale all’amico/a in vena di nostalgia, da abbinare magari a una rimpatriata al cinema. Per svagarsi e sentirsi tutti più un po’ più buoni. In fondo, siamo (quasi) a Natale.

De André in tv, un’occasione sprecata

di Diego Perugini

_Foto Reinhold Kohl-Fondazione Fabrizio De André
Foto Reinhold Kohl-Fondazione Fabrizio De André

L’altra sera, come tanti, mi sono messo a guardare l’omaggio a Fabrizio De André su RaiUno. Primo capitolo di una trilogia che poi affronterà Dalla e Battisti. Avevo molti dubbi, l’unico filo di speranza era affidato a Enrico Ruggeri, uno dei conduttori, del quale ho stima incondizionata.

Non è andata bene. E’ stato uno spettacolo lungo, sfilacciato e farraginoso, con cantanti e presentatori spesso impacciati, scelte artistiche discutibili, arrangiamenti moderni e sopra le righe. Con momenti tragicomici come la Vanoni che s’incazza perché non riesce a leggere dal “gobbo”.

Il “gobbo”, appunto. Sinceramente mi sfugge, per esempio, come tanti professionisti non riescano a imparare una canzone a memoria, tanto più classici famosi come quelli di De André, che peraltro già dovrebbero avere ben assimilato nel tempo. Vedere gli sguardi verso l’alto alla ricerca della strofa da cantare non è il massimo, anzi.

Lo stesso Ruggeri, colpito da un vistoso calo di voce, non ha retto l’arduo cimento. Le cose da salvare? La storica Pfm, Morgan (che, almeno, la materia la conosce bene), Mauro Pagani in collegamento da Genova con “Crêuza de mä” e poco altro.

Lo so, costruire uno spettacolo intelligente su De André in prima serata, su RaiUno, cercando di incrociare i gusti di un pubblico generalista, non è facile. Ma così si peggiorano le cose. E, allora, è meglio evitare.

E’ parso uno spettacolo improvvisato, messo in piedi frettolosamente, senza un vero costrutto. Spiace. E, forse, anche Dori Ghezzi dovrebbe vagliare meglio le proposte. Inevitabili, quindi, le critiche anche pesanti sui social, incluse quelle del figlio Cristiano. Becere, invece, quelle rivolte al presunto credo politico dello stesso Ruggeri.

Non oso pensare alle prossime puntate su Dalla e Battisti, ma per fortuna non mancano le alternative. Un concerto, una partita di calcio, un buon film o un buon libro.

Zucchero, uno di noi

di Diego Perugini

Zucchero, crediti di Robert Ascroft

Sul nuovo disco di Zucchero, “D.O.C.”, si è scritto molto (anche qui), com’è giusto che sia. Un album fra tradizione e innovazione, col vecchio Sugar aggiornato ai tempi elettronici moderni. Mentre i testi guardano al nostro presente con amaro disincanto. Zucchero critica e denuncia, mettendo la sordina alla goliardia “perché non è più il momento”.

Lo suggerisce nelle nuove canzoni, lo esplicita nell’affollata conferenza stampa di qualche giorno fa. E’ preoccupato di quel che accade in questo vecchio pazzo mondo, non lo capisce, non lo accetta. “Incomprensibili e ingiustificabili” definisce il razzismo montante e le reminiscenze di fascismo e nazismo. Così come la smania dell’apparire a ogni costo, la libertà condizionata da social e media, le guerre sparse per il mondo, i cambiamenti climatici, la corruzione diffusa, i politici da quattro soldi e via proseguendo.

E’ un sentimento che proviamo in tanti, della sua e delle altre generazioni affini, quel non capire e non sapere bene cosa fare. Come tanti di noi Zucchero appare stanco, ripiegato su se stesso, un po’ rassegnato. E’ scettico sulla potenza del messaggio della musica e, scuotendo la testa, spiega che i vari Live Aid, Mandela Day alla fine non hanno portato i risultati sperati. Perciò dal palco niente proclami politici, ma “solo” sentimenti ed emozioni. La speranza, forse, viene dai giovani: “E meno male che c’è una come Greta, che finalmente ha dato una mossa a questi ragazzi un po’ seduti”, aggiunge.

Zucchero, "D.O.C.", copertina
Zucchero, “D.O.C.”, copertina

Lui, Zucchero, trova la pace nel privato. Si difende dalle brutture del mondo con una vita country, fra animali e pochi amici contadini. Si tuffa nei ricordi dell’infanzia, nelle radici sempre più profonde e importanti, in quel piccolo mondo antico dove “si litigava anche, ma c’era rispetto”. I nonni, il padre, il prete, Roncocesi, il suono della domenica, storie che ha raccontato decine di volte, ma che fa sempre piacere riascoltare.

Stavolta, però, c’è qualcosa di più: nei testi appare sempre una luce in fondo al tunnel, qualcosa di spirituale. “Un inizio di redenzione, anche per un ateo come me”, dice fra l’ironico, il sorpreso e il commosso. La fede, insomma, che per altro aveva già cantato in uno dei suoi capolavori, “Così celeste”. Ma ora il fuoco è più vivo, l’immagine più chiara: potrebbe essere Dio, come cantava Renato Zero tanti anni fa. “Magari non quello dei cristiani, ma un’entità superiore. Sarà la consapevolezza che tutto avrà una fine e così anche questo mondo finto e apparente. Forse sarà l’età, forse mi sto preparando. E, allora, non si sa mai”.

Il rap adulto di Willie e Marra

di Diego Perugini

Willie Peyote, “Iodegradabile”

Non solo trap, con testi elementari, valori zero e volgarità assortite. Esiste anche un altro volto del rap, più maturo e profondo, capace di guardare con occhi diversi la realtà che ci circonda. E di avvicinare un pubblico più adulto ed esigente. Di recente sono usciti un paio di dischi da tenere d’occhio, molto differenti fra loro, ma accomunati da questa voglia di andare oltre.

Willie Peyote ha licenziato da un paio di settimane “Iodegradabile”, il suo primo lavoro per una major. Peyote è un artista di nicchia, sulla scena da parecchio tempo. Non è un novellino, ha 34 anni, e un piglio da ironico critico dei nostri tempi. Ce lo racconta in queste canzoni, una mezz’oretta dove il rap si mescola ad altri generi, dal funk al rock alla canzone d’autore.

Willie parla di politica senza filtri, ma anche delle nostre relazioni interpersonali, amore incluso. Ha uno stile ricercato, che mescola riferimenti colti a espressioni colorite. Denuncia le smanie social, il materialismo, l’ignoranza e le brutture del presente.

C’è, in definitiva, l’esigenza di mandare un messaggio, fare del proprio meglio per cambiare le cose, essere responsabili verso se stessi e gli altri. Proprio come canta in “Mango”, uno dei pezzi più forti in scaletta, dove dietro la dedica al compianto artista salentino lucano si cela una feroce invettiva socio-politica.

MARRACASH, foto di Alessandro Treves

Fuori da poco è, invece, “Persona” di Marracash, dove il rapper della Barona, ormai 40enne, riflette sul dualismo artista/persona, citando nientemeno che il Bergman di “Persona”. Un film, diciamolo pure, pesantuccio. E tanto leggero non è nemmeno il disco di Marra, che dopo un periodo di forte crisi depressiva complicato da una storia d’amore devastante ha realizzato il suo disco più intimo.

“Fabio ha ucciso Marracash”, ha dichiarato, spiegando come la dimensione umana stavolta abbia preso il sopravvento sulla maschera del personaggio. Non pensiate che d’un tratto il King del rap sia diventato un intellettuale radical-chic, però queste canzoni raccontano di uno scavo interiore e di un disagio per il crollo dei valori (sociali, politici, esistenziali) di oggi.

Manifesto del disco è “Quelli che non pensano”, che attualizza il classico di Frankie Hi-Nrg Mc in chiave contemporanea: là c’era la critica alla borghesia italiana media, qui la triste constatazione di un “non pensiero” collettivo. Altrove il tono si fa più privato, come nello sfogo di “Crudelia”, ballata dove Fabio sputa fuori tutta la rabbia per un amour fou.

I testi sono meno spavaldi e più pensati, senza la necessità autoreferenziale di rivendicare il proprio status di numero uno, come capita spesso nel rap. E anche i suoni sono più curati, contaminati, con strumenti veri, strizzatine d’occhio al rock, persino un bel sax. Insomma si cresce, si cambia, si migliora. Anche soffrendo e incazzandosi.