“Judy”, un film sul successo. E i suoi drammi

di Diego Perugini

In uscita "Judy", il biopic su Judy Garland con Renée Zellweger, superfavorita all’Oscar. Una biografia, ma anche una riflessione sulla "pericolosità" del successo.
“Judy”, locandina del film

Ho visto l’anteprima di “Judy”, il biopic su Judy Garland con Renée Zellweger, superfavorita all’Oscar. A dire il vero, il film non m’è piaciuto granché. Un po’ noioso e convenzionale, melodrammatico e parecchio triste. Ma, del resto, la sventurata storia della grande artista certo non è all’insegna dell’ottimismo più sfrenato.

La visione, semmai, ti induce a delle riflessioni su un elemento assai comune anche alle vicende del nostro pop: la “pericolosità” del successo. Qualcosa che ti porta alle stelle, ma può anche stritolarti, allontanarti dagli affetti più cari, ridurti a uno straccio e condurti all’autodistruzione.

“Judy” racconta questa discesa agli inferi, in realtà iniziata già agli esordi di bambina prodigio privata delle piccole grandi gioie del quotidiano (anche il semplice mangiarsi un hamburger) e costretta a mille rinunce nel nome del successo. Col corollario di tante pasticche per ovviare alle mancanze.

M’è venuta in mente Amy Winehouse, ma anche tanti altri che non sono stati capaci di “gestire” lo stress da successo, le pressioni e le rinunce. Tutte cose che a noi comuni mortali paiono così lontane, assurde. E che, invece, ritroviamo sempre più spesso nell’intimo di molti artisti.

C’è chi si ferma e si prende una pausa salutare, c’è chi sfoga le sue ansie nella musica stessa, ma c’è anche chi non ce la fa e si lascia andare. Come Judy. E tanti altri che portiamo nel cuore.

30 anni di Punkreas

di Diego Perugini

Trent’anni di Punkreas. La band di Parabiago celebra il traguardo con una grande festa, sabato 25 gennaio all’Alcatraz di Milano (ore 21, euro 17.25; in apertura Il Corpo Docenti), con ospiti ‘O Zulù dei 99 Posse, Modena City Ramblers, I Ministri, Seby dei Derozer, Auroro Borealo, Rezophonic, Ketty Passa ed Eva Poles.
Punkreas

Non solo Sanremo (per fortuna). In giro si parla anche d’altro. Come dei 30 anni dei Punkreas. La band di Parabiago celebra il traguardo con una grande festa, sabato 25 gennaio all’Alcatraz di Milano (ore 21, euro 17.25; in apertura Il Corpo Docenti), con ospiti ‘O Zulù dei 99 Posse, Modena City Ramblers, I Ministri, Seby dei Derozer, Auroro Borealo, Rezophonic, Ketty Passa ed Eva Poles. Ce ne parla Noyse, storico chitarrista del gruppo.

Come sarà il live?

Si snoderà su due momenti: prima “Paranoia Domestica”, ovvero la parte pre 2000, e poi “Pelle Ruvida”, quella post 2000. E sarà un concerto lungo e corposo con tanti amici coi quali abbiamo condiviso palchi e battaglie.

Un bel traguardo: inevitabile chiedervi un piccolo bilancio.

Ne abbiamo passate tante, ma la costante resta lo stupore di essere ancora qui a 30 anni di distanza. Abbiamo iniziato nel 1989, quando il punk non se lo filava nessuno e l’ondata dei Green Day era ancora da venire. Ma il punk si adattava bene al nostro sentire. Eravamo spinti da un’urgenza, non avevamo una progettualità, avevamo voglia solo di divertirci e raccontare delle cose.

In tutto questo tempo, però, sarete un po’ cambiati…

Sì, siamo diventati un po’ “bipolari”. Nel senso che siamo cresciuti, abbiamo messo su famiglia, quasi tutti abbiamo dei figli. C’è l’ordinaria quotidianità, ma poi quando saliamo sul furgone si ricrea il “miracolo” di 30 anni fa. E, comunque, il modo di pensare punk ci accompagna nella vita di tutti i giorni: e per reggere certi consigli di classe a scuola ce ne vuole!

Ha senso essere punk nel 2020?

Ora più che mai. Penso, soprattutto, ai giovani di oggi, che stanno anche peggio di noi al tempo. Gli hanno tolto tutto, anche la speranza, e vivono nel precariato. Avrebbero tutto il diritto di prendere il microfono e urlare la propria rabbia.

E voi?

Andiamo avanti per la nostra strada. Nel nostro best c’è un singolo, “Sono vivo”, che parla di come sia importante restare umani. E’ il primo indizio della nostra nuova direzione, abbiamo già tanti pezzi pronti. Anche se per tutto il 2020 festeggeremo live.

Sanremo 2020, Junior Cally e la censura

di Diego Perugini

Sanremo 2020, polemiche su Junior Cally.

Non c’è Sanremo senza polemiche, è un vecchio ritornello. E anche per quest’anno ci siamo. Stavolta al centro c’è il caso Junior Cally, su cui si sono scatenate virulente discussioni su delicate tematiche come sessismo e violenza sulle donne. Non starò a riassumere la vicenda, in tanti l’hanno fatto (vedi qui), mi permetto solo qualche riflessione. E qualche domanda.

Per esempio: ma chi mette in piedi un cast non studia un po’ la storia dei vari concorrenti? A maggior ragione quando si tratta di Sanremo, spettacolo nazional-popolar-familiare, dove anche il minimo particolare fuori luogo può scatenare un pandemonio. Ancor più a maggior ragione quando si sceglie un artista rap, genere da sempre territorio fertile per contenuti forti, più o meno discutibili.

Davvero, dunque, non si sapeva nulla dei “trascorsi” di Junior Cally? Oppure s’è fatto finta di nulla, pur di accaparrarsi un nome di tendenza e far vedere che si guarda anche ai “ggggiovani”? Oppure, ipotesi più perversa, lo si è fatto apposta, seguendo il celebre motto “Bene o male purché se ne parli”? Comunque sia, la gazzarra è cominciata ed è lungi dall’essersi conclusa.

Si parla di libertà d’espressione, di arte di ieri e di oggi, si citano esempi del passato (spesso a sproposito), si fanno paragoni arditi e via sproloquiando. I politici, come al solito, ci hanno messo il becco. E, come al solito, hanno dato il peggio di sé. Perdonate il qualunquismo, ma non dovrebbero occuparsi di altro? Vecchia storia anche questa.

Sento, infine, da più parti voci di “censura”, una parola che mi fa paura. E dall’effetto controproducente. Ma il problema credo sia a monte. E molto serio: la progressiva mancanza di cultura, educazione, rispetto. Qualità tutte da coltivare nelle scuole, in famiglia, nel nostro piccolo quotidiano. Quando iniziamo?

“Sanremo? No grazie”. Il gran rifiuto di Salmo

di Diego Perugini

Salmo ha detto no a Sanremo. Il rapper sardo non sarà ospite all'Ariston. "Non me la sento. Preferisco San Siro a Sanremo", ha detto.
Salmo: “Sanremo, no grazie”

Alla fine Salmo ha detto no a Sanremo, smentendo le voci che lo volevano ospite all’Ariston. La notizia era nell’aria già nel giorno degli ascolti per la stampa, poi il rapper ha confermato la sua scelta via social. “Non me la sento. Tra i due santi, Sanremo e San Siro, scelgo San Siro”, ha scritto, riferendosi al suo concertone meneghino del 14 giugno.

Non mi ha stupito. Semmai mi aveva stupito l’idea di Salmo in riviera. Che c’azzecca?, avrebbe detto quel tale. Troppo diverso, troppo fuori contesto. Per lui sarebbe stato più un rischio che un’opportunità. Il rischio di trovarsi nel posto sbagliato, venire frainteso, finire nel calderone delle polemiche, sputtanarsi. Perché a Sanremo, si sa, tutto viene esaltato all’ennesima potenza e ogni notizia (o pettegolezzo, poco cambia) è buona per scatenare la canizza dei cronisti in cerca di scoop.

Anche quest’anno il copione sembra non cambiare e l’ingenuo (?) Amadeus sta scoprendolo sulla sua pelle. Il gioco non vale la candela, deve aver pensato Salmo. Che è un tipo fatto a modo suo, ha già un bel seguito di fan e non ha bisogno di visibilità a buon mercato. Niente stress, niente disagio, insomma. Sanremo meglio guardarselo in tv. O, direttamente, passare oltre.

“Mentre le ombre si allungano”, riecco i La Crus

di Diego Perugini

I La Crus nello spettacolo “Mentre le ombre si allungano", l'altra sera al teatro Elfo Puccini di Milano. Foto di Elisa Magnoni
La Crus, foto di Elisa Magnoni

E’ stato un bel tuffo nella memoria della Milano anni 90. Ma non solo. Perché “Mentre le ombre si allungano – appunti scenici per voci, suoni e immagini” dei La Crus è uno spettacolo che, nonostante i vent’anni (e oltre) d’età, non ha perso un grammo del suo fascino ipnotico.

Ed è stato un piacere rivedere, l’altra sera all’Elfo Puccini, Mauro Ermanno Giovanardi e Cesare Malfatti nella loro performance più famosa, che stanno riportando in giro per l’Italia per poche date da non perdere. Palco spoglio, i due si stagliano ai lati: Giò in una sorta di scarno salotto di casa, con una sedia zebrata, un bicchiere, appunti sparsi. Cesare dietro la console fra dischi e marchingegni vari. Sullo sfondo uno schermo dove scorrono immagini in bianco e nero, spezzoni di film, frasi sovrapposte, immagini oniriche e squarci visionari.

Tutto molto teatrale, come gli interventi poetici di Ferdinando Bruni, che ogni tanto irrompe sulla scena. Lungo la strada ritroviamo citazioni di Pasolini, Bufalino, Salinas e del cinema sperimentale di Man Ray. Ma sono le canzoni a menare le danze, in quel crocevia fra tradizione d’autore e sperimentazione elettronica tipico dei La Crus.

Cesare suona la chitarra sopra il tappeto di effetti, archi e rumori metropolitani, Giò recita versi e, soprattutto, canta al solito benissimo, voce profonda e grande concentrazione. Ogni tanto, ospite speciale, arriva la tromba di Paolo Milanesi ad aggiungere suggestioni.

Il ritornello maliardo di “Come ogni volta”, la nevrotica “Correre”, la romantica “L’uomo che non hai”, l’immancabile “Nera Signora”. Ma anche “Dentro me”, “Natale a Milano”, “Le cose di ogni giorno”, un ricordo di Tenco e altri gioiellini sfilano in poco più di un’oretta di live. Intenso e concentrato. Fino al bis con la cover di “Il vino” di Piero Ciampi, altro loro cavallo di battaglia.

Una serata per palati fini, stanchi del solito pop. Una proposta diversa e coraggiosa, ancora attualissima. Ricordatevene ora che sta per arrivare Sanremo.

Prossime date:

22 gennaio Bologna – Freakout

24 gennaio Ascoli Piceno – Teatro dei Filarmonici

David Bowie a fumetti

di Diego Perugini

Copertina di "Bowie - Stardust, Rayguns & Moonage Daydreams" (Panini Comics). Biografia a fumetti di David Bowie.
Bowie – Stardust, Rayguns & Moonage Daydreams (Panini Comics)

Sono giorni in cui la memoria torna spesso su David Bowie, nato l’8 gennaio 1947 e scomparso il 10 gennaio di quattro anni fa. Ognuno lo ricorda a modo suo. Ascoltando un vecchio disco o l’ultimo (bellissimo) “Blackstar”, guardando le immagini di storici live, indossando magliette iconiche, postando messaggi sui social e via proseguendo.

Fra le varie celebrazioni, ce n’è una curiosa, che immagino diventerà oggetto di culto per i tanti fan del Duca Bianco. Il 10 gennaio uscirà “Bowie – Stardust, Rayguns & Moonage Daydreams” (Panini Comics), una biografia a fumetti che racconta gli inizi della popstar inglese, mettendo al centro il famoso alter ego Ziggy Stardust.

Si parte dallo storico concerto del 1973, in cui David annunciò dal palco la fine del suo personaggio, e si va a ritroso negli anni raccontando gli esordi, le speranze, gli incontri, gli amori, il successo e tanto altro ancora. Mentre le ultime pagine ne riassumono in breve il cammino glorioso post Ziggy, fino all’epilogo di “Blackstar”.

Ne esce il ritratto di un artista geniale e anticonformista, icona di stile e glamour, descritto attraverso le immagini coloratissime, pop e psichedeliche dei fumettisti americani Michael e Laura Allred, con la sceneggiatura di Steve Horton. Tutti grandi fan di Bowie.

“L’ho scoperto da ragazzino e mi ha subito entusiasmato, impazzivo per ogni cosa che faceva – ha spiegato Michael Allred – I soldi che guadagnavo coi lavoretti li spendevo tutti nei suoi dischi, che sono stati come un’esplosione per me. E’ una fonte inesauribile di ispirazione creativa. E non solo nella musica, ma anche nell’arte, nel cinema e nella moda”.

Ma com’è il libro, domanderete? Be’, è piacevole. I disegni sono affascinanti e ben restituiscono il mondo glam del primo Bowie. Mentre la storia è, per forza di cose, un po’ romanzata e un po’ didascalica, con varie licenze poetiche. Quindi: se cercate la verità storica e siete inguaribili puristi, state pure alla larga, altrimenti tuffatevi in questa avventura a fumetti. Se, poi, siete accaniti collezionisti bowiani, l’acquisto è d’obbligo.