Basta col Menestrello di Duluth!

di Diego Perugini

Bob Dylan. Il suo soprannome Il menestrello di Duluth è insopportabile. Obsoleto e fuori luogo
Bob Dylan, il Menestrello di Duluth

Scrivere di musica è piacevole, ma è pur sempre un lavoro. E nasconde tante piccole grandi insidie a rischio figuraccia. Per esempio quella dei tanti, troppi, soprannomi degli artisti. Alcuni simpatici, altri terribili. Chi scrive con una certa frequenza è praticamente costretto a farvi ricorso, pena il ripetere cento volte il nome della star in oggetto. Pensate solo a Vasco Rossi: lo chiamano Il Blasco, Il rocker di Zocca, Il Kom, Il signor Rossi e via dicendo. E di esempi ce ne sarebbero a bizzeffe, a ognuno il suo.

Ma c’è un nickname che trovo particolarmente fastidioso, perché vecchio, consunto e fuori luogo: il Menestrello di Duluth riferito a Bob Dylan (per quei pochi che non lo sapessero, Duluth è il luogo di nascita del Nostro). Ricordo ancora una delle prime volte che l’ho usato: ero giovane e volenteroso, collaboravo con L’Unità e mi affidarono un pezzo su Dylan.

Uscì l’articolo e Alessandro Robecchi, che allora si faceva chiamare Roberto Giallo ed era la prima firma musicale del giornale, mi sgridò fra il serio e il faceto: “La prossima volta che scrivi Il menestrello di Duluth ti ammazzo. Dai, non si può proprio sentire…”. Lì per lì ci rimasi male, poi capii la lezione. E non lo scrissi mai più. Ma quell’appellativo obsoleto sopravvive, eccome, fra i titolisti d’Italia. E, ogni volta che si parla del grande Bob, puntualmente spunta fuori il luogo comune. Ieri come oggi.

Comunque sia, i soprannomi possono pure trarre in inganno, sopratutto quando scrivi di corsa e sei sotto pressione. Una volta, sempre su L’Unità, mi toccò recensire un concerto di Iggy Pop, detto l’Iguana. Per qualche strana deviazione mentale per tutto l’articolo lo chiamai l’Anguilla (e, in effetti, durante il live s’era dimenato come il gustoso pesce). Mandai il pezzo e, finalmente, mi rilassai. A fine giornata, però, squillò il telefono. Era, da Roma, il caposervizio spettacoli Alberto Crespi, esperto di cinema e (per fortuna) anche di musica. Ecco il nostro surreale dialogo.

“Diego, scusa, ma perché nel pezzo hai chiamato Iggy Pop l’Anguilla?”, esordì un po’ imbarazzato.

“Ma è il suo soprannome, no?!”, risposi un po’ seccato con fare da saputello.

“Ma non era l’Iguana?” aggiunse Alberto.

Seguì un colpo al cuore: “Cazzo sì, certo. Ma che pirla, come ho potuto sbagliare?!”, dissi rosso di vergogna, cospargendomi il capo di cenere.

Alla fine l’errore venne corretto in extremis e il pezzo uscì senza problemi. Risparmiando al giornale e, soprattutto, a me stesso quella che Emilio Fede definirebbe: “Una figura di m… storica!”.

Dylan e Stones, tornano i grandi vecchi

di Diego Perugini

Se c’è qualcosa di positivo (musicalmente parlando) in tutto questo marasma in cui ci siamo ritrovati, è il ritorno di due nomi storici del rock, Bob Dylan e Rolling Stones. Un ritorno a piccolissime dosi, distillato in pochi singoli. Due per il cantautore americano e uno per la band inglese. Con un approccio, per altro, molto diverso.

Dylan ha scelto una via intellettuale e poetica, mescolando ricordi storici, confessioni private, memorie letterarie e citazioni assortite in due pezzi, la fluviale “Murder Most Foul” (16 minuti circa) e la più stringata “I Contain Moltitudes”. Canzoni non canzoni, se mi si passa il termine, spesso recitate sullo sfondo di uno scarno (ma suggestivo) tappeto sonoro. Nessuna concessione a ritornelli orecchiabili e facili letture, e infatti i critici si sono scatenati a interpretare i versi (non di rado oscuri) e ricondurli alla nostra attualità disgraziata. Canzoni per niente facili, comunque, che richiedono attenzione e una buona conoscenza dell’inglese (o un’altrettanto buona traduzione).

Molto più immediato lo stile di Jagger & soci, che in “Living in A Ghost Town” esplicitano il disagio della solitudine coatta nelle nostre città fantasma in un pezzo diretto ed emozionale, dal testo semplice e lineare, intriso di sapori funky, reggae e blues. Un brano molto “stoniano”, dal sound familiare e inconfondibile, corredato da un video fatto di inquietanti strade vuote. Sguardi diversi, quelli di Dylan e degli Stones, su un momento storico inatteso e sconvolgente, piccole ancore di salvezza per il nostro quotidiano da reclusi.