Un disco per l’estate (vol. 4)

di Diego Perugini

E' uscito "On Sunset", il nuovo album di Paul Weller. Un disco più solare e accattivante, con qualche riminiscenza degli indimenticabili Style Council.
Paul Weller

Quarto appuntamento con “Un disco per l’estate”, dedicato stavolta all’ultimo lavoro di una figura storica della scena inglese, Paul Weller. Un maestro che speriamo di rivedere presto anche in concerto.

“On Sunset”, Paul Weller, Polydor

Lo confesso: ho iniziato a conoscere Paul Weller con gli Style Council, saltando a piè pari l’epopea Jam. Mi ero un po’ distratto ai tempi del liceo, fra lezioni di greco antico e altre passioni.

Invece gli Style Council sono arrivati nel momento giusto: gli anni 80, l’Università, le feste, la voglia di divertimento e di innamorarsi. Quel disco, “Café Bleu”(1984), me lo ricordo bene, a partire dalla copertina virata su tinte blu. Roba da fighetti, dicevano i più snob, ma era tutta invidia.

Colonna sonora di tante serate fra chiacchiere, romanticismo, feste fra amici, esami da preparare e speranze per il futuro. Perciò mi fa piacere ritrovarne qualche riminiscenza in “On Sunset”, ultimo album del Weller solista, a partire dalla presenza di Mick Talbot, che ho sempre sognato di emulare al piano in “Mick’s Blessings” (pirotecnico incipit dello stesso “Café Bleu”). Altri tempi.

Il Weller 2020 sforna un lavoro positivo, solare e accattivante, virato su atmosfere più pop, con una bella voce (quasi) da “crooner” e una manciata di brani che mescolano amori vintage e pulsioni moderne, con un pizzico d’elettronica che fa capolino qua e là.

Certo, l’iniziale “Mirrorball”, lunga e stranita, con qualche divagazione dance lascia un attimo interdetti, ma poi si torna su binari più regolari in orbita white soul e dintorni. Ed è un bel sentire fra “Baptiste”, “Old Father Thyme”, la cavalcata strumentale finale di “More” e la stessa “title track”.

Insomma, Un disco per l’estate coi fiocchi. Alla faccia dei tormentoni tutti uguali.

p.s. E se poi volete approfondire l’universo Weller, eccovi una discografia ragionata ad opera dell’ottimo collega Alfredo Marziano.

Un disco per l’estate (vol. 3)

di Diego Perugini

Belle cover per una buona causa per “Un disco per l’estate (vol. 3)”. Ce le propongono due nomi di culto della scena alternativa americana, molto amati anche dalle nostre parti: Father John Misty e Jonathan Wilson, per altro amici e collaboratori di lunga data. I nostri hanno messo su Bandcamp due ep particolari, che serviranno a sostenere delle associazioni benefiche.

Anthem +3, un ep di cover di Father John Misty su Bandcamp a scopo benefico per "Un disco per l'estate (vol. 3)"

Anthem +3, Father John Misty

L’ex Fleet Foxes in “Anthem +3” si cimenta con un paio di riletture di Leonard Cohen: si inizia con “Anthem”, un gioiello di luce, speranza e spiritualità del grande canadese, che Father John Misty restituisce con rispetto e sensibilità.

Notevole anche la lunga, sontuosa e struggente “One Of Us Cannot Be Wrong”, registrata con una band di 25 elementi. Completano il quadro “Fallin’ Rain” di Link Wray e “Trouble” di Cat Stevens, con quella voce suggestiva e un po’ malinconica, sullo sfondo di sonorità scarne e notturne, piacevolmente vintage. I proventi andranno a CARE Action e Ground Game LA.

The Way I Feel & More, un ep di cover Jonathan Wilson su Bandcamp a scopo benefico per "Un disco per l'estate (vol. 3)"

The Way I Feel & More, Jonathan Wilson

Più psichedelico, come da copione, il suono di Jonathan Wilson con “The Way I Feel & More”. Anche qui si va di cover, scelte fra le preferite dell’artista della Carolina del Nord. Niente diavolerie tecnologiche e sonorità alla moda, ma tanto amore verso l’epoca d’oro di fine ‘60 e inizio ‘70, riletta come si deve.

Lo confesso, è uno dei miei artisti favoriti di questi tempi moderni. E non delude nemmeno qui. Pezzi di Bill Fay, Gordon Lightfoot, Moby Grape. E un classico soul dei The Four Tops, “Reach Out I’ll Be There”, molto noto anche in Italia per la versione “disco” di Gloria Gaynor. Il nostro ce ne regala una rilettura più sognante e rallentata, davvero speciale. I proventi andranno a MusiCares Covid-19 Fund.

Un disco per l’estate (vol. 2)

di Diego Perugini

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore. Ce lo provano a spiegare, in termini e modi assai diversi, due artisti italiani d’area indipendente: Perturbazione e Frah Quintale, protagonisti del “disco per l’estate” di questa settimana. Sempre ligi alla regola delle recensioni brevi ed essenziali, per non tediarvi troppo.

Perturbazione, “(dis)amore”, Ala Bianca Records

Vengono da Rivoli e sono in giro da una vita, con alle spalle una bella carriera fieramente indie. Veterani, quindi, che ora si cimentano con un concept-album su una storia d’amore. Una relazione come tante, di quelle che abbiamo vissuto un po’ tutti: si parte alla grande, ci si conosce, ci si ama, sorgono le prime crepe, si va in crisi, ci si allontana. E non ci si riconosce più. Capita.

I Perturbazione lo raccontano in un lungo percorso fatto di 23 canzoni: scelta ambiziosa, ma non sibillina. Perché sanno volare alto senza dimenticare il gusto di un buon ritornello o di un ritmo accattivante. Letterari senza essere spocchiosi, con sonorità pop-rock che guardano spesso agli eroi del passato, per esempio le chitarre in stile Smiths. Piccolo struggente gioiello il singolo “Io mi domando se eravamo noi”.

Recensione di "(dis)amore" dei Perturbazione e di "Banzai (Lato blu) di Frah Quintale

Frah Quintale, “Banzai (Lato blu)”, Undamento

Più semplice (apparentemente) l’approccio di Frah Quintale, rapper bresciano apertosi a suoni e stili contaminati. E anche di successo, visto il riscontro del primo lavoro solista, “Regardez Moi”, uscito tre anni fa. Ora torna con la prima parte di un doppio album, “Banzai”, che racconta le varie facce dell’amore, visto con la sensibilità dei trentenni di oggi.

Felicità e tristezza, piccoli sballi e sbalzi d’umore, poesia del quotidiano e storie di tutti i giorni. Con quella voce un po’ così, stile rapper appunto, che non disdegna falsetti soul e altre divagazioni, fra pop e moderno r’nb’. Roba da giovani, intendiamoci, ma che potrebbe incuriosire pure qualche “matusa” oltre gli “anta”. Come il sottoscritto.

Un disco per l’estate (vol. 1)

di Diego Perugini

Il titolo e la foto non traggano in inganno. In questa rubrichetta che vado a inaugurare, non parlerò di pezzi estivi, tormentoni reggaeton et similia. Ma segnalerò qualche album a mio parere meritevole, interessante, intrigante. Bello, insomma. Da ascoltare con calma nella lunga estate calda che ci attende. Poche righe a disco, perché la gente si stufa a leggere fiumi di parole (così, almeno, dicono) e perché così si lascia integro il piacere della scoperta. Dai, cominciamo.

Il nuovo album di Norah Jones, "Pick Me Up Off The Floor". Recensione

Norah Jones, Pick Me Up The Floor.

Anni fa, durante un’intervista, Pat Metheny mi disse che fra le nuove leve apprezzava soprattutto Norah Jones, un talento autentico. Ci rimasi un po’ così, perplesso. Perché non l’avevo mai considerata più di tanto. Bravina, carina e chiusa lì. Col tempo ho imparato a conoscerla meglio e a seguire la sua carriera ondivaga, non priva di divagazioni sperimentali. In questo nuovo cd Norah torna al piano e a quel miscuglio di jazz, blues, gospel e folk che l’ha resa famosa nel lontano 2002. Ora è più matura e adulta, meglio a fuoco. E sforna un lavoro notturno, raffinato e agrodolce, morbido ma non privo di inquietudini. Musicisti doc, sonorità vecchio stile e una voce ispirata. Anche nei testi, in equilibrio fra pubblico e privato, tristezza e speranza. Chissà, forse il ricciuto Pat non aveva tutti i torti.

Il nuovo album di Neil Young, "Homegrown". Recensione

Neil Young, Homegrown.

Ecco un disco di culto, registrato fra il ‘74 e ‘75 e mai pubblicato dal grande canadese. Perché all’epoca lo riteneva troppo triste, doloroso, personale. Vi si narrava la fine di un amore, lo strappo, il cuore infranto. Doveva essere il successore di “Harvest” (per la cronaca, uno dei miei LP preferiti di sempre), invece è rimasto nel cassetto fino a oggi. Ma, come dice il proverbio, il tempo guarisce le ferite e alla fine il Nostro ha fatto pace col passato e pure con quelle canzoni. Ascoltarle ora, anno di grazia 2020, fa un po’ effetto, una specie di ritorno al futuro. Brani dolcemente scarni, sonorità spesso acustiche, malinconia soffusa (ma non così devastante, almeno per chi ascolta) e, sopratutto, “quella” voce. Roba d’altri tempi, nostalgia canaglia. Però, che bello.

“Mina Fossati”, ma è capolavoro vero?

di Diego Perugini

Mina Fossati

Sono passati un po’ di giorni dall’evento al Conservatorio di Milano, in cui ci hanno ripetuto in tutte le salse che “Mina Fossati” è un capolavoro. I media ci si sono buttati a capofitto, esaltando di qua e di là, dopo un primo ascolto collettivo in stile “silent disco”. Quella sera c’ero anch’io. E devo confessare che l’album non mi aveva entusiasmato più di tanto.

Perciò ci sono tornato sopra con calma e attenzione fra le mura amiche di casa, col classico ascolto in cuffia senza distrazioni. Ma le perplessità sono rimaste. Intendiamoci: è un disco fatto con attenzione e cura certosina, suonato come si deve, cantato anche meglio. E scritto da una delle nostre migliori penne d’autore.

Capolavoro, allora? Non lo so, è una parola che non amo, troppe volte usata a sproposito. E qui ho qualche dubbio. Di certo è un album elegante e di qualità: vecchio stile, nel bene e nel male. Destinato a un pubblico adulto e ben disposto, ma col rischio di sembrare a tratti “nobilmente tedioso”.

Poi ci sono i gusti personali. Per esempio io non amo gli arrangiamenti di Massimiliano Pani, in equilibrio fra pop, jazz e canzone d’autore: troppo puliti, patinati, leccati. Avrei preferito qualcosa di più istintivo, emozionale, umorale, “sporco”. E ho trovato l’uso dell’elettronica, seppur parco, un po’ fuori contesto (quel “vocoder” poi…mah).

Non tutti i pezzi, inoltre, mi sono parsi così memorabili. Di Fossati, tanto per dirne una, continuo a preferire di gran lunga la scrittura di dischi come “La pianta del tè” o “Lindbergh”. Ma qui c’è Mina, mi si obietterà giustamente, coi suoi tempi e le sue esigenze da fuoriclasse della voce.

E va bene così. In scaletta ritroviamo, comunque, momenti da brivido tipo “Come volano le nuvole”, che davvero si libra alta nel cielo e arriva dentro al cuore per restarvici. Ma non tutto è di quel livello. E allora parlare di capolavoro, forse, è un po’ fuori luogo.

Zucchero, uno di noi

di Diego Perugini

Zucchero, crediti di Robert Ascroft

Sul nuovo disco di Zucchero, “D.O.C.”, si è scritto molto (anche qui), com’è giusto che sia. Un album fra tradizione e innovazione, col vecchio Sugar aggiornato ai tempi elettronici moderni. Mentre i testi guardano al nostro presente con amaro disincanto. Zucchero critica e denuncia, mettendo la sordina alla goliardia “perché non è più il momento”.

Lo suggerisce nelle nuove canzoni, lo esplicita nell’affollata conferenza stampa di qualche giorno fa. E’ preoccupato di quel che accade in questo vecchio pazzo mondo, non lo capisce, non lo accetta. “Incomprensibili e ingiustificabili” definisce il razzismo montante e le reminiscenze di fascismo e nazismo. Così come la smania dell’apparire a ogni costo, la libertà condizionata da social e media, le guerre sparse per il mondo, i cambiamenti climatici, la corruzione diffusa, i politici da quattro soldi e via proseguendo.

E’ un sentimento che proviamo in tanti, della sua e delle altre generazioni affini, quel non capire e non sapere bene cosa fare. Come tanti di noi Zucchero appare stanco, ripiegato su se stesso, un po’ rassegnato. E’ scettico sulla potenza del messaggio della musica e, scuotendo la testa, spiega che i vari Live Aid, Mandela Day alla fine non hanno portato i risultati sperati. Perciò dal palco niente proclami politici, ma “solo” sentimenti ed emozioni. La speranza, forse, viene dai giovani: “E meno male che c’è una come Greta, che finalmente ha dato una mossa a questi ragazzi un po’ seduti”, aggiunge.

Zucchero, "D.O.C.", copertina
Zucchero, “D.O.C.”, copertina

Lui, Zucchero, trova la pace nel privato. Si difende dalle brutture del mondo con una vita country, fra animali e pochi amici contadini. Si tuffa nei ricordi dell’infanzia, nelle radici sempre più profonde e importanti, in quel piccolo mondo antico dove “si litigava anche, ma c’era rispetto”. I nonni, il padre, il prete, Roncocesi, il suono della domenica, storie che ha raccontato decine di volte, ma che fa sempre piacere riascoltare.

Stavolta, però, c’è qualcosa di più: nei testi appare sempre una luce in fondo al tunnel, qualcosa di spirituale. “Un inizio di redenzione, anche per un ateo come me”, dice fra l’ironico, il sorpreso e il commosso. La fede, insomma, che per altro aveva già cantato in uno dei suoi capolavori, “Così celeste”. Ma ora il fuoco è più vivo, l’immagine più chiara: potrebbe essere Dio, come cantava Renato Zero tanti anni fa. “Magari non quello dei cristiani, ma un’entità superiore. Sarà la consapevolezza che tutto avrà una fine e così anche questo mondo finto e apparente. Forse sarà l’età, forse mi sto preparando. E, allora, non si sa mai”.

Il fascino discreto dei Coma_Cose

di Diego Perugini

HYPE AURA, il nuovo disco dei Coma_Cose
HYPE AURA, il nuovo disco dei Coma_Cose

Non solo droga, lusso, abiti firmati, sesso, dissing, linguaggio basico e volgarità assortite. Ogni tanto il mondo del rap e dintorni sforna qualcosa di diverso. Piacevole e, a suo modo, raffinato. Come il disco d’esordio dei Coma_Cose, “Hype Aura”, duo milanese già entrato da un po’ nel giro dei nomi da tenere d’occhio grazie a vari singoli, ep e live.
A dirla tutta non proprio di rap duro e puro si tratta (e per fortuna). Nel mondo di questi ragazzi ci sono pop, elettronica, canzone d’autore e altro ancora. E funziona.

“Non ci sentiamo di appartenere nello specifico a nessun genere, ci piace mischiare più linguaggi in una miscela tutta nostra dove convergono ascolti e ispirazioni non solo musicali. Il suono lo creiamo noi stessi assieme ai produttori Mamakass, sound che è diventato un po’ il marchio di fabbrica Coma_Cose. Forse non è rap, forse non è cantautorato, ma capisci subito dal primo ascolto che si tratta di noi”, spiegano.

Le voci di Fausto Lama e California ben si amalgamano fra strofe rap e ritornelli melodici, regalando piccole suggestioni anche grazie a una serie di testi pensati e ripensati. Chi abita a Milano ne ritroverà luoghi, modi e mood (“Mai una gioia tranne la fermata prima di Centrale”), assieme a ricercati giochi di parole (già a partire dal titolo del disco), citazioni cinematografiche e sottotesti.

Ecco, allora, l’orecchiabile singolo “Granata”, la romantica malinconia di “Mancarsi”, la vena psichedelica di “Beach Boys distorti”, l’atmosfera notturna di “Via Gola”, le reminescenze beatlesiane di “A lametta” (“Una cosa che mi piace e l’altra no: i rigatoni, il raggaeton”). “Mariachidi” ha un tiro più polemico (“Le tue canzoni parlano di droga e basta/ meglio non menare il can per l’Ayahuasca”), mentre “Squali” e “Intro” chiudono il cerchio in tono più intimo e personale, autobiografico. Una mezz’oretta in tutto, niente male. E ora il tour.

Coma_Cose 2 (foto Melania Andronic)
Coma_Cose 2 (foto Melania Andronic)

Eros Ramazzotti, “Vita ce n’è”

Nuovo disco per Eros Ramazzotti, “Vita ce n’è”. Tante parole e tante interviste. Persino un super-evento al Castello Sforzesco. Tutto ok, d’accordo. Ma una recensione, no?!

di Diego Perugini

Eros Ramazzotti al Castello Sforzesco di Milano

Ok, esce il nuovo disco di Eros Ramazzotti, “Vita ce n’è”. E leggiamo dappertutto racconti mirabolanti della serata evento al Castello Sforzesco di Milano. In pratica un talk-show con Pippo Baudo a decantare vita, opere e miracoli dell’ex ragazzo di periferia, seguito da un contentino di domandine concesse alla stampa adorante. E va bene (?) così. Evento volevano ed evento è stato. Per pura curiosità, poi, mi sono messo a cercare cosa ne pensano i colleghi dell’album. Digita e digita sul web, ma di recensioni nisba, nada, niente. Come se fossero stati tutti irretiti dalla serata di gala meneghina, dalle esternazioni del Pippo nazionale, dalle frasi di prammatica del buon Eros. Oddio, è vero che le redazioni vogliono sempre meno parlare di musica, però uno straccio di giudizio o, quanto meno di descrizione, sarebbe lecito aspettarselo. Due righe due per raccontare i suoni, gli arrangiamenti, gli stili. Mah.

Ma com’è, alla fine, il nuovo disco di Eros Ramazzotti?

E, allora, provo a raccontarvelo io, ‘sto disco, che me lo sono ascoltato qualche volta. Piccola divagazione. Mesi fa, quand’era uscita un’intervista su “Vanity Fair”, l’autore dell’articolo aveva definito l’album “rivoluzionario”. D’accordo, so che i magazine spesso esagerano, però quell’aggettivo, “rivoluzionario”, m’era rimasto in mente. Alla luce dell’ascolto del cd, posso tranquillizzare i fan: qui di rivoluzionario non c’è nulla. E’ un disco nel classico Ramazzotti-style: romantico, melodico, accattivante, orecchiabile. Il solito buon vecchio pop, appena riverniciato con qualche arrangiamento moderno, tanto per far vedere che siamo nel 2018. E, in tal senso, non è nemmeno così male, se vi piace il genere. Ramazzotti canta l’amore a 360° e si circonda di collaboratori solidi, a partire da Cheope e Federica Abbate, coi quali firma diversi brani. Ma ci sono pure Mogol e Lavezzi, Dario Faini, Fortunato Zampaglione, Enrico Nigiotti e, persino, Paolo Antonacci (figlio di Biagio).

Eros Ramazzotti, “Vita ce n’è”, copertina
Le canzoni di “Vita ce n’è”
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