Lucio Corsi e il tour di “Cosa faremo da grandi?”

di Diego Perugini

È uno dei più originali nuovi cantautori italiani. Lucio Corsi riprende il tour dell'album “Cosa faremo da grandi?”, un gioiellino da scoprire.
Lucio Corsi, “Cosa faremo da grandi?”

Una delle pochissime note positive del periodo di “chiusura” è quello di aver potuto approfondire o scoprire artisti nuovi, di cui avevi magari sentito parlar bene, ma per questioni di tempo e pigrizia avevi trascurato.

Tra questi mi è piaciuto particolarmente Lucio Corsi. Un giovane cantautore maremmano, trasferitosi in quel di Milano, che si veste come se fossimo negli anni 70 e scrive canzoni fantasiose e bizzarre, con richiami eterogenei, da Ivan Graziani al primo Renato Zero, sino al Bowie dell’epopea glam.

Ascoltare per credere il suo ultimo album, “Cosa faremo da grandi?” pubblicato da Sugar Music, prodotto con Bianconi dei Baustelle e uscito a inizio di questo anno maledetto.

Ci sono pezzi surreali, storie strane, atmosfere fiabesche, con un gusto piacevolmente rétro e fieramente fuori dalle mode. Il pezzo che dà il titolo al disco, tanto per fare un esempio, è un gioiellino (e così pure il video, un piccolo film).

A febbraio Lucio doveva fare un tour, ma l’emergenza pandemica ha bloccato tutto. Incuriosito, l’avevo comunque intervistato per Metro, pensando avrebbe recuperato in primavera. Invece le cose sono andate ben diversamente, come tutti sapete.

Ora però Lucio torna a farsi sentire dal vivo, con una manciata di date estive. Eccole qui sotto. Se siete da quelle parti…

1/8/20 Monforte d’Alba (CN) @ Auditorium Horszowski / Monfortinjazz Festival

21/8/20 Corigliano D’Otranto (LE) – Castello Volante / SEI Festival

11/9/20 Acquaviva (Si) – Live Rock Festival

16/9/20 Fiesole (FI) -Teatro Romano/ Estate Fiesolana

19/9/20 Bologna – Arena Puccini / Tutto Molto Bello

Vinicio Capossela, in tour con “Ballate per uomini e bestie”

di Diego Perugini

Vinicio Capossela, in tour con "Ballate per uomini e bestie"
Vinicio Capossela

Un concerto di Vinicio Capossela merita sempre. Perché lui è bravo, talentuoso, istrionico. E sa rendere intellegibili e persino accattivanti concetti tosti come quelli contenuti nel suo ultimo e pluripremiato cd “Ballate per uomini e bestie” (qui la mia recensione). E se il disco può risultare alla lunga faticoso, dal vivo è tutta un’altra cosa.

Quello che Vinicio sta portando in giro per l’Italia (qui tutte le date) è un recital teatrale a tutti gli effetti, con tanto di maschere (di animali), una scena statica arricchita da suggestivi visual, un gruppo di musicisti doc. Sul palco austero degli Arcimboldi il Nostro sbuffa e si camuffa, indossa abiti curiosi, racconta il Medioevo contemporaneo a colpi di allegoria. Dentro c’è di tutto, dal folk popolare che fa battere le mani alle ballate più pensierose.

Dal testamento di un suino alle citazioni di Keats e Oscar Wilde sino alle riflessioni sconsolate di tutti noi poveri cristi. Capossela denuncia la barbarie del nostro tempo per chiudere a passo di lumaca (davvero). In mezzo ci mette rabbia e dolcezza, sussurri e grida, ritmi mozzafiato e sospensioni romantiche. Tutto molto bello.

A un certo punto, però, si mette solitario al piano e parla di Milano, la stazione Centrale, il vecchio Smeraldo che non c’è più. E viene un po’ di nostalgia. Mi sono tornati alla mente tanti ricordi. Quando “sfrecciavo” con la mia nera macchinina nella notte meneghina, autoradio vecchio stile e le cassette nel cruscotto, “All’una e trentacinque circa”, “Modì” e “Camera a sud”, dovrei ancora averle da qualche parte.

Ecco il concerto che vorrei, mi sono detto. Riascoltare per una volta quei pezzi, un recital semplice, piano e voce, qualche strumento un po’ jazzato. Il vecchio Capossela, insomma, senza travestimenti. Metaforicamente nudo e crudo. Chiaro, Vinicio probabilmente non ci penserà proprio. Perché l’artista evolve, cerca altri stimoli e nuove avventure, non desidera guardarsi indietro. Ha ragione lui, certo. Però, lasciatemi coltivare questo piccolo desiderio. E chissà mai…

50 anni di America

di Diego Perugini

America live. Il tour dei 50 anni di carriera
America live

Agli America, da ragazzo, ho sempre preferito CSN&Y oppure gli Eagles. Perché li sentivo troppo esili, leggeri, sdolcinati. Troppo pop, insomma. Anche perciò nella mia collezione di dischi, non c’è neppure un loro album. Vederli dal vivo, però, sì. Perché fanno comunque parte di un’epoca a me cara, e certe canzoni le riascolto sempre volentieri.

Ed è il motivo per cui sono andato a sentirli al Carroponte di Sesto San Giovanni, l’altra sera. Gran caldo e affluenza in tono minore, con in platea tanti coetanei dei due vecchi eroi sul palco. Gli America del 2019 sono Gerry Beckley e Dewey Bunnell con un tris di più giovani musicisti a dar loro manforte e sostegno.

Sono in giro con un tour che festeggia 50 anni di attività: li ho intervistati via mail per Metro e mi hanno raccontato di come amino ancora far sentire la loro musica ai fan, che uniscono generazioni diverse. E di come questo sia il loro spettacolo migliore. Parole di circostanza, forse, comunque il palco questi ultrasessantenni lo tengono ancora bene.

Il repertorio è a colpo sicuro, mescola il country-rock a stelle-e-strisce alle memorie del pop beatlesiano. Non a caso, come ricordano dal palco, hanno lavorato con George Martin, produttore dei Fab Four, dei quali ripropongono en passant una discreta cover di “Eleanor Rigby”.

Un concerto leggero e divertente, alla buona, senza fronzoli ed effetti speciali, se non uno schermo dove scorrono vecchie copertine e foto sbiadite dal tempo. I due raccontano la loro storia di successi mondiali con semplicità e simpatia, lasciando parlare quei ritornelli storici, da “You Can Do Magic” a “Survival” e “Ventura Highway”.

Sul finale le emozioni più vive: la dolcissima “Only In Your Heart”, fra Graham Nash e McCartney, la cover di “California Dreamin’” e la più dura “Sandman”, mentre sullo sfondo scorrono le immagini della guerra in Vietnam, ferita ancora aperta per il popolo Usa.

Chiusura in gloria col rockettino irresistibile di “Sister Golden Hair” e il bis del brano più atteso da tutti, “A Horse With No Name”, con torme di sessantenni assatanati nelle riprese con lo smartphone. Una bella botta di nostalgia canaglia, ma anche la testimonianza live di un buon vecchio artigianato pop. Come non si usa più.

p.s. il tour italiano prosegue fino all’11 luglio. Qui tutte le date.

Il “Sorriso” di Calcutta

Calcutta in concerto, foto di Giuseppe Maffia

di Diego Perugini

I miei 25 lettori (25 per davvero, altro che citazione manzoniana…) sapranno già che ho un debole per Calcutta e la sua poesia del quotidiano messa in canzone. Perciò ho gradito assai l’idea di un surplus di musica dalle session di “Evergreen”, che verrà ripubblicato il 28 giugno in una doppia versione con inediti (“Evergreen… E altre canzoni”).

Dopo l’assaggio di “Due punti” ecco il singolone vero e proprio, fatto per mandare in solluchero i tanti cuori di panna d’Italia. S’intitola “Sorriso (Milano Dateo)” e racconta una classica storia alla Calcutta, un amore malinconico, da ricordare con nostalgia, ambientato nella Milano di periferia. Con citazione en passant della mia città, Sesto San Giovanni: non è il primo a farlo, però così pop mai nessun altro. Lo ringrazio anche per questo.

Campanilismo a parte, è una gran bella canzone pop, romantica e melodica al punto giusto, con quei guizzi linguistici che evitano di cadere nello sdolcinato. Ce ne sono diversi da far entrare nel dizionario “calcuttiano”: da “Un sorriso ti spaccherà in tre” a “Che torni a casa e poi ti strucchi con il pianto” fino a “E ho fatto le cose più brutte/ Che se mamma sapesse rimarrebbe male”.

Ciliegina sulla torta, il video con protagonista Metroman, l’esuberante tizio che, con microfono e altoparlante a ruota, da anni “diletta” i viaggiatori della metro meneghina.

E ora il tour. Prossima data il 25 all’Ippodromo per il Milano Summer Festival (e io ci sarò). Poi Roma, Napoli e festival vari nella lunga estate calda che verrà.

Vinicio Capossela, “Ballate per uomini e bestie” (ora anche in tour)

di Diego Perugini

Vinicio Capossela, “Ballate per uomini e bestie”

Date un ascolto all’ultimo cd di Vinicio Capossela, “Ballate per uomini e bestie”. Ma un ascolto serio, non fuggevole e distratto, tipo quando si fa jogging o si viaggia sul metrò, con cuffiette da due soldi. Perché è un album lungo e impegnativo, ricco di temi e sottotesti, colto e profondo, da affrontare magari a più riprese, per coglierne meglio riferimenti e sfumature. Vinicio ci ha messo tempo, passione, amore e tanto studio, giusto quindi dedicargli l’attenzione che merita.

E’ un disco antico e moderno al tempo stesso, che mescola sonorità arcaiche e riferimenti attualissimi. Ballate di un folk cosmopolita e trasversale, che racconta con lucida follia il nostro Medioevo contemporaneo.

Dall’andamento dylaniano (e dilaniato) di “Il povero Cristo” all’incalzante incedere di “La peste”, bruciante disanima della mancanza d’etica del web (e ti rimane in testa il riff parafrasato “Let’s tweet again”). “Il testamento del porco” ha un sapore sanguigno e popolare, con echi del vecchio De André, mentre “Ballata del carcere di Reading” (da Oscar Wilde) denuncia l’orrore della pena di morte.

Ma ci sono anche riferimenti biblici, il saccheggio della natura, John Keats, Sant’Antonio e San Francesco, lupi mannari, giraffe e, in conclusione, una lumaca a simboleggiare la forza dell’umiltà, perché “nel farsi piccolo si può accedere al grande”. Non un disco facile, ma nemmeno dissuasivo. Anzi, talvolta persino orecchiabile e trascinante nei ritmi. E, soprattutto, emozionante.

Chiaro, Capossela non cerca il facile consenso e viaggia per la sua strada fregandosene di mode e modi. Ed è giusto così. Ha dalla sua un pubblico colto e preparato o, quanto meno, ben disposto ad andare al di là dei quattro soliti accordi, delle rime cuore-amore e degli arrangiamenti tutti uguali.

E in questo mondo di informazione superficiale, volgarità diffusa e ignoranza crassa, è bello poter contare su artisti come lui. Che studiano, approfondiscono e mettono in musica. Sperando che altri raccolgano il testimone e passino parola.

P.S. Prosegue a giugno e luglio il tour di atti unici di Capossela, una serie di concerti concepiti appositamente per luoghi specifici, dando rilievo ai brani e alle tematiche del nuovo album. Qui info e date.

Il fascino discreto dei Coma_Cose

di Diego Perugini

HYPE AURA, il nuovo disco dei Coma_Cose
HYPE AURA, il nuovo disco dei Coma_Cose

Non solo droga, lusso, abiti firmati, sesso, dissing, linguaggio basico e volgarità assortite. Ogni tanto il mondo del rap e dintorni sforna qualcosa di diverso. Piacevole e, a suo modo, raffinato. Come il disco d’esordio dei Coma_Cose, “Hype Aura”, duo milanese già entrato da un po’ nel giro dei nomi da tenere d’occhio grazie a vari singoli, ep e live.
A dirla tutta non proprio di rap duro e puro si tratta (e per fortuna). Nel mondo di questi ragazzi ci sono pop, elettronica, canzone d’autore e altro ancora. E funziona.

“Non ci sentiamo di appartenere nello specifico a nessun genere, ci piace mischiare più linguaggi in una miscela tutta nostra dove convergono ascolti e ispirazioni non solo musicali. Il suono lo creiamo noi stessi assieme ai produttori Mamakass, sound che è diventato un po’ il marchio di fabbrica Coma_Cose. Forse non è rap, forse non è cantautorato, ma capisci subito dal primo ascolto che si tratta di noi”, spiegano.

Le voci di Fausto Lama e California ben si amalgamano fra strofe rap e ritornelli melodici, regalando piccole suggestioni anche grazie a una serie di testi pensati e ripensati. Chi abita a Milano ne ritroverà luoghi, modi e mood (“Mai una gioia tranne la fermata prima di Centrale”), assieme a ricercati giochi di parole (già a partire dal titolo del disco), citazioni cinematografiche e sottotesti.

Ecco, allora, l’orecchiabile singolo “Granata”, la romantica malinconia di “Mancarsi”, la vena psichedelica di “Beach Boys distorti”, l’atmosfera notturna di “Via Gola”, le reminescenze beatlesiane di “A lametta” (“Una cosa che mi piace e l’altra no: i rigatoni, il raggaeton”). “Mariachidi” ha un tiro più polemico (“Le tue canzoni parlano di droga e basta/ meglio non menare il can per l’Ayahuasca”), mentre “Squali” e “Intro” chiudono il cerchio in tono più intimo e personale, autobiografico. Una mezz’oretta in tutto, niente male. E ora il tour.

Coma_Cose 2 (foto Melania Andronic)
Coma_Cose 2 (foto Melania Andronic)

Subsonica in tour, intervista a Boosta

Quattro chiacchiere telefoniche con Boosta, fondatore e tastierista della band torinese, da poco partita con l’8 tour

di Diego Perugini

Intervista a Boosta dei Subsonica, partiti da poco con l'8 tour
Subsonica, è da poco partito l’8 tour

Mentre a Sanremo si consumava l’ultimo atto dell’edizione n. 69, i Subsonica partivano per un nuovo tour. L’ennesimo di una lunga carriera. “Ma stavolta era un po’ diverso”, mi dice al telefono un raffreddatissimo Boosta. “Mancavamo dai palchi da un po’, allora prima abbiamo fatto un po’ di concerti nei club in giro per l’Europa. Ed è stato molto bello e utile per ritrovare le dinamiche di gruppo, quella confidenza sul palco. Un rodaggio, anzi di più. E’ stato un percorso di riscoperta, dove abbiamo capito molte cose. Innanzitutto, che i muri e le barriere non servono a niente. E che, al di là delle formazioni sovraniste, oggi i ragazzi considerano l’Europa come un territorio unico, anzi il loro territorio d’elezione”.

Dopo l’esperienza estera, la band è tornata in patria e ha cominciato a macinare i live dell’8 tour, titolo che rimanda all’ultimo cd (“8”). In scaletta i nuovi brani e gli immancabili classici. “E’ uno spettacolo impegnativo e ambizioso, curato nei minimi dettagli, che vede coinvolto tutto il nostro team, siamo una sessantina di persone. C’è un grande palco, super-immersivo e sempre in movimento. Ci piace pensare al live come momento unico e speciale, che non guardi sui telefonini. E che sia una piccola esperienza di vita. Uno show da ballare, ma che faccia anche riflettere”.

Pochi giorni fa hanno suonato nella loro città, Torino: “Tornare a casa è sempre bellissimo. Bando ai campanilismi, però senza Torino noi non saremmo nati: penso alla Torino anni 90 coi suoi locali, i suoi input, la sua vivacità culturale. L’abbiamo raccontata tante volte nelle canzoni, rimane il nostro rifugio, il luogo dove viviamo. E in tour ci siamo portati un concittadino, il rapper Willie Peyote, che non è il solito supporter, ma interagisce con noi sul palco e in alcuni pezzi”.

Prossimamente i Subsonica suoneranno a Milano (18 e 19, Mediolanum Forum d’Assago) e Roma (21, Palalottomatica). “Due città molto importanti per noi. Milano ci ha sempre accolto benissimo. Ricordo i piccoli club come Binario Zero e Tunnel. E il sold out al Forum del 2000, quando ci hanno chiesto di ritardare l’inizio del live perché c’era coda in tangenziale. Roma ci ha lanciato ancor prima di Torino e tuttora abbiamo molti amici un po’ ovunque, non solo sulla scena musicale. Indimenticabile il tutto esaurito a Il locale, nel 1997: era una notte di pioggia e avvicinandoci al club abbiamo visto un sacco di gente in coda. Non riuscivamo a credere che fosse per noi”.

Una storia, la loro, che dura da oltre vent’anni. E che ha resistito all’usura del tempo e delle mode. “Il segreto è la stima, il rispetto, l’intelligenza, il volersi bene. Siamo una band senza leader ed è importante saper gestire i rapporti e lasciare che ognuno si prenda i propri spazi, quando necessario. Così siamo in giro da vent’anni con la stessa formazione e la stessa voglia di suonare degli inizi”.

Il mio Calcutta, “Evergreen” e il nuovo tour

In occasione del nuovo tour, un ritratto del numero 1 dell’it-pop contemporaneo. Signori e signore, ecco a voi Calcutta e le sue canzoni. Perché mi (ci ) piace così tanto e altre riflessioni sparse.

di Diego Perugini

Calcutta concerto di Verona (Giuseppe Maffia)

Con Calcutta m’è capitata una cosa strana, inusuale, che non mi succedeva da tempo immemore: innamorarmi di una canzone. Un giorno, quasi per caso, sul web mi sono imbattuto in “Orgasmo”. Video di romanticismo quotidiano, situazione cinematografica, melodia struggente, parole non banali. “E’ un sacco che non te la prendi/è un sacco che non mi offendi/e che non sputi allo specchio per lavarti la faccia”. Non riuscivo a smettere d’ascoltarla, me la sono addirittura salvata sullo smartphone, neanche fossi un adolescente in fregola invece che un ultracinquantenne con alle spalle stagioni e stagioni di rock e dintorni. E mi sentivo un po’ rincoglionito, lo confesso.

Fino all’arrivo di “Pesto”, che ho atteso sin anche con un filo d’ansia. Sicuramente sarà una delusione, mi dicevo. E all’inizio, infatti, ci sono rimasto un po’ così. “Esco o non esco?/fuori è caldo ma è normale ad agosto” fino a quel “Ueee deficiente” del ritornello. No, non è all’altezza di “Orgasmo”, lo sapevo. Ma già al secondo ascolto vacillavo e cambiavo idea, complice un altro video semplice e ad effetto. Quindi, “Paracetamolo”, stesso discorso. Primo ascolto deludente, poi crescita costante e inarrestabile, con citazione di merito per l’“incipit” geniale (“Lo sai che la Tachipirina 500 se ne prendi due diventa 1000”) e quel “ponte” sospeso e poetico (“Canto di gabbiano dentro la mia mano…”).

Le canzoni di “Evergreen”, l’ultimo album

Infine, il disco completo, “Evergreen”, una mezz’oretta di pop d’autore del nuovo millennio. Mi è molto piaciuto. Non tutto al top, forse, ma ci sono alcuni pezzi memorabili. Come “Briciole”, uno dei miei favoriti, dove ci ritrovi la tradizione dei cantautori italiani anni 60 e arrangiamenti che rimandano alla lezione di Brian Wilson. O “Dario Hubner”, struggente riflessione sul tempo sottratto agli affetti veri. Ma anche la psichedelia circense di “Rai” e la vena più rock, quasi battistiana, di “Kiwi” con un altro intrigante passaggio nel ritornello (“Mondo cane, tu fatti gli affari tuoi”).

Il segreto di Calcutta. Ma perché mi (ci) piace così tanto?

Ma qual è il segreto di Calcutta e perché mi (ci) piace così tanto? Probabilmente perché sa mescolare mondi diversi con grande abilità e spontaneità. A spulciare i suoi brani senti il peso di tanti ascolti del passato, dai già citati Battisti e Brian Wilson, sino a Dalla, Carboni, Venditti e così via, una sensibilità rétro mediata col gusto indie contemporaneo. Il tutto con un linguaggio semplice e immediato, fra immagini, guizzi verbali e giochi di parole inattesi e spesso sorprendenti. Niente di costruito o paludato, storie d’amore quotidiano raccontate sul filo di una malinconia latente. E vincente. In più ha una voce particolare, non bella in senso classico, ma perfetta per raccontare il suo mondo.

Calcutta, “Evergreen”, Bazzano 
Quattro chiacchiere con Calcutta

Siccome m’era piaciuto così tanto, ho voluto incontrarlo. Su di lui ne avevo lette tante, che era scontroso, laconico, scostante. Chissà… Dopo un paio di settimane di mail col suo manager, fisso finalmente un’intervista per “Metro”, il free press con cui collaboro. E mi ritrovo davanti un ragazzo in calzoni corti e maglietta casual. E’ sulle difensive, ma si scioglie quando capisce di aver di fronte uno che del gossip se ne frega. E che, soprattutto, le sue canzoni le ha ascoltate per bene.

Gli chiedo del successo piombatogli addosso. Si schernisce, ma si capisce che è un po’ a disagio: “Mah, io cerco di fare le cose in maniera naturale, non rifletto molto su quel che accade. Non ci penso, ma vedo di tenere lontani i demoni dalla mia testa, a partire dalla pigrizia”.

Poi parla del disco: “In realtà doveva chiamarsi Classic, poi ho virato su Evergreen. Rappresenta il mio spirito rétro, amo gli anni 60, sono una fonte d’ispirazione. C’entra un po’ anche mio papà, che è musicista, suona cose napoletane classiche. A me piace la leggerezza, il gioco, ma in senso positivo, amo trovare un equilibrio di parole. Scrivo quando viene il momento giusto, ma ora sento di volere qualcosa di più. Vorrei parlare di cose meno contingenti, uscire dalle storie d’amore per affrontare argomenti più universali”.

Calcutta, “Evergreen”
Testi autobiografici. Tra romanticismo e malinconia

Nei testi tanta autobiografia, come in “Rai”, ispirata dal sofferto passaggio tv a “Quelli che il calcio”. Dove il nostro, a disagio nel clima goliardico della trasmissione, ha lasciato la scena in fretta, saltando a piè pari l’incombenza dell’intervista post-esibizione: “C’era un po’ di tensione, ma forse è anche un po’ colpa mia. Io non leggo i giornali, non guardo la tv, non so come ci si comporta in uno studio. E quella volta è andata così. Ma alla fine niente rancore, per me la Rai è come una nonna che ti vuole bene. Però, è vero, ho una paura fottuta dei giornalisti, non so mai bene come comportarmi. Per questo, a volte, dicono che sono scontroso, che non parlo. Dipende tutto dall’empatia che si crea con chi ho di fronte. Di te, per esempio, so che posso fidarmi. Sei venuto qui con una maglietta dei Beatles, si vede che lo fai per passione” dice indicando la mia t-shirt dedicata ai fab-four.

Sorrido e confermo. Gli dico che mi è piaciuta molto la sua “Dario Hubner”. E anche qui c’è della vita vissuta: “Ho letto un articolo su questo calciatore, che per star vicino alla moglie ha rinunciato a un ingaggio nella Premier inglese ed è rimasto a giocare in provincia. In un momento di malinconia mi ci sono rivisto: ero in giro per lavoro e stavo trascurando una persona importante. Per il futuro mi piacerebbe mettere un freno a questa vita vagabonda, magari sposarmi”.

Calcutta & Elisa

Alla fine mi confida persino di una storia d’amore a cui tiene molto, con tutti i dubbi, le paure e le speranze di quando sei all’inizio e non sai come andrà a finire. Glielo chiederò al nostro prossimo incontro, se mai accadrà. Intanto le cose gli vanno bene. I due live estivi negli stadi, il film “Tutti in piedi”, la canzone scritta per Elisa, “Se piovesse il tuo nome” (ora uscita anche in duetto, assai meglio). L’altra sera l’ho visto anche più disinvolto e ironico in tv nel programma di Fabio Fazio. E, da gennaio, il tour nei palazzetti. Ecco le date. Ci vediamo là?

Ed ecco il nuovo tour

17 gennaio 2019 – Ancona – PalaRossini (data zero)
19 gennaio 2019 – Padova – Kioene Arena
20 gennaio 2019 – Milano – Mediolanum Forum
21 gennaio 2019 – Milano – Mediolanum Forum
23 gennaio 2019 – Bologna – Unipol Arena
25 gennaio 2019 – Bari – Palaflorio
26 gennaio 2019 – Napoli – Palapartenope
5 febbraio 2019 – Roma – Palalottomatica
6 febbraio 2019 – Roma – Palalottomatica
9 febbraio 2019 – Acireale (Ct) – Palasport