Ligabue e il flop di Bari

di Diego Perugini

Ligabue, "Start tour", foto Jarno Iotti
Ligabue, “Start tour”, foto Jarno Iotti

Chi mi conosce almeno un po’, sa che non sono un fan di Ligabue. E, tanto meno, del suo promoter Salzano. Quindi non ho motivo di difendere né l’uno né l’altro. Al tempo stesso, però, non m’è piaciuto l’accanimento compiaciuto con cui si è dato contro al rocker di Correggio per il flop iniziale del suo tour in quel di Bari. Probabilmente, va detto, Luciano ha sbagliato qualcosa (e con lui chi ne segue sorti e carriera).

Ma tant’è, può capitare. E, come recita una famosa canzone, bisogna saper perdere. Il Liga, bontà sua, ci ha messo la faccia (pardòn, il social) e ha risposto pacatamente su Facebook, ammettendo il passo falso. E, onestamente, non poteva fare altrimenti. A seguire un coro collettivo di “chapeau”, complimenti per la sportività e via elogiando.

Tutto giusto, per carità. Ma, a dirla tutta, non m’è piaciuto anche chi, fra la stampa che conta, prima ha fatto spallucce, ha lasciato perdere, ha fatto finta di niente. Insomma, per capirci, le notizie bisogna darle, gli scoop si deve trovarli. Invece troppo spesso, per noncuranza o quieto vivere, si tace. E si passa oltre. Poi ci si lamenta che la gente non compra più i giornali. Come diceva sora Lella: annamo bene, proprio bene.

“Western Stars”, il ritorno del Boss

Bruce Springsteen, "Western Stars", copertina
Bruce Springsteen, “Western Stars”

di Diego Perugini

Il nuovo cd di Bruce Springsteen, “Western Stars”, è uscito da pochi giorni. E sono curioso di vedere come sarà accolto dai fan. Perché è un album diverso, lontano dal classico rock muscolare a cui il Boss ci ha abituato. L’ho ascoltato in anteprima qualche settimana fa (qui il mio articolo su Metro) e mi ha subito conquistato. Qualche collega, ricordo, ha storto un po’ il naso, soprattutto per gli arrangiamenti ridondanti, il gran profluvio d’archi, la voce più “pulita” del solito. Questione di gusti.

Io sono dalla parte di questo “altro” Springsteen, poetico e romantico, persino un po’ pop, ma nel senso più nobile del termine. Con un sacco di rimandi a tanta bella musica del passato, dal crooner Roy Orbison (vecchio amore di Bruce, ricordate il testo di “Thunder Road”?) a cantautori melodici come Glen Campbell o Billy Joel.

E, poi, i testi. La “penna” di Bruce descrive mirabilmente una serie di personaggi fra viaggi in autostop, strade perse e ritrovate, solitudine e raggi di sole, spazi aperti e libertà, amore e redenzione. Con uno sguardo disincantato sull’America di ieri e di oggi, forse di domani.

I seguaci del “vecchio” Boss, ruvido e ruspante, magari ci rimarranno un po’ male ma il bello sta proprio nella forza di un artista che sa cambiare e reinventarsi, senza tradire se stesso. Non è la prima volta, del resto, che Springsteen ci spiazza.

Ricordo, tanti anni fa, il giorno in cui uscì “Nebraska”: andai a Milano, solito negozio New Kary in via Torino, e l’acquistai a scatola chiusa, senza aver letto anteprime o recensioni. Erano altri tempi, non c’era Internet e le informazioni non giungevano così copiose e in tempo reale come oggi. Arrivai a casa, misi il vinile sul piatto e partì il primo pezzo, acustico, solo voce e chitarra. Poi, il secondo, il terzo, il quarto. Niente rock, niente elettrica. “Sarà mica tutto così?!” mi domandai preoccupato. Era tutto così! All’inizio ci rimasi male, poi quel disco scarno e notturno cominciò a entrarmi dentro, giorno dopo giorno. Per restarvisi a lungo.

Una situazione analoga accadde più in là nel tempo, anno di grazia 1987. Alle spalle Bruce aveva un disco epocale come “Born In The Usa”, pimpante e roboante, che per la prima volta lo aveva portato live in Italia: San Siro, Milano, 21 giugno 1985. Io c’ero, nel prato sotto un sole cocente. Indimenticabile.

Per il suo successore ci si aspettavano altri botti a tutto rock, invece uscì “Tunnel Of Love”, disco assai più morbido e malinconico, riflesso di una crisi esistenziale/amorosa, con sonorità ai confini del pop e grandi tappeti di tastiere. Anche lì sulle prime ci rimasi un po’ così, complici recensioni abbastanza cattivelle. Ma era questione di tempo: mi colpì l’atmosfera dolce-amara di “One Step Up”, con quel video con Bruce al bancone del bar. E, soprattutto, la ballatona d’amore “Tougher Than The Rest”, destinata a diventare uno dei miei pezzi preferiti del Boss. Quindi, piccolo consiglio: ascoltate “Western Stars” con calma e senza pregiudizi. Sarà bellissimo.

Bruce Springsteen, "Western Stars", ritratto
Bruce Springsteen, “Western Stars”

Vasco, sacerdote del rock

di Diego Perugini

Vasco Non Stop Live 2019. Vasco Rossi a San Siro
Vasco Rossi a San Siro

Mai stato un fan sfegatato di Vasco. Ma per motivi di lavoro e/o curiosità, mi sono ritrovato spesso a occuparmi di lui. L’ho anche intervistato diverse volte e visto altrettante in concerto. L’ultima ieri sera, atto conclusivo della “sei giorni” sold out a San Siro, ormai sua seconda casa.

Ed è stato uno show, nel vero senso del termine, con un palco gigante, la solita passerella verso il prato, e un muro di schermi a diffondere immagini e suggestioni. Poi c’è lui, Vasco, più vecchio e più stanco, perché gli anni passano per tutti (direbbe mia mamma) e perché a un certo la vita spericolata ti presenta il conto. Ma lui rimane forte e molto rock, meno agile ma coi piedi ben piantati per terra, con quello spirito anarchico, le impenitenti malizie sessuali, la vena ludica, quella romantica e quella più pensosa. E una voce che scuote nel profondo.

Certe canzoni, tipo “Portatemi Dio”, “Vivere”, “Senza parole”, tanto per fare qualche titolo, è bello riascoltarle e riscoprirle, così come i ripescaggi dal passato remoto, da “Domenica lunatica” a “Ti taglio la gola”, tra i momenti più divertenti. Poi c’è il pubblico che, come si usa dire, è lo spettacolo nello spettacolo. Chi non ha mai visto un concerto di Vasco non può capire. Gente di generazioni diverse, nonni, figli e nipoti uniti ad ascoltare e cantare il verbo. Sempre e comunque.

Perché, lo si è scritto tante volte, quella di Vasco è davvero una sorta di messa laica, un rito catartico contro il logorio della vita moderna. Per scacciare via le paturnie del quotidiano, i brutti pensieri, i casini. E come ogni messa che si rispetti, alla fine, il succo resta sempre quello. Cambia semmai la “predica”, che stavolta punta sul filo conduttore della musica che aggrega, consola e aiuta nei momenti difficili. Come quelli che stiamo vivendo.

Il resto sono piccole grandi variazioni su un canovaccio classico. Sonorità a tratti ai confini del punk, scaletta diversa con dolorose esclusioni (“Liberi Liberi”, “Stupendo”, “Ogni volta”…), scenografia rinnovata. Ma il “sacerdote” Vasco non cambia. E al termine del rito, emana la “benedizione” al suo popolo, quel “Ce la farete tutti” che suona un po’ augurio, un po’ esortazione, un po’ speranza. Conviene credergli, non si sa mai.

Il “Sorriso” di Calcutta

Calcutta in concerto, foto di Giuseppe Maffia

di Diego Perugini

I miei 25 lettori (25 per davvero, altro che citazione manzoniana…) sapranno già che ho un debole per Calcutta e la sua poesia del quotidiano messa in canzone. Perciò ho gradito assai l’idea di un surplus di musica dalle session di “Evergreen”, che verrà ripubblicato il 28 giugno in una doppia versione con inediti (“Evergreen… E altre canzoni”).

Dopo l’assaggio di “Due punti” ecco il singolone vero e proprio, fatto per mandare in solluchero i tanti cuori di panna d’Italia. S’intitola “Sorriso (Milano Dateo)” e racconta una classica storia alla Calcutta, un amore malinconico, da ricordare con nostalgia, ambientato nella Milano di periferia. Con citazione en passant della mia città, Sesto San Giovanni: non è il primo a farlo, però così pop mai nessun altro. Lo ringrazio anche per questo.

Campanilismo a parte, è una gran bella canzone pop, romantica e melodica al punto giusto, con quei guizzi linguistici che evitano di cadere nello sdolcinato. Ce ne sono diversi da far entrare nel dizionario “calcuttiano”: da “Un sorriso ti spaccherà in tre” a “Che torni a casa e poi ti strucchi con il pianto” fino a “E ho fatto le cose più brutte/ Che se mamma sapesse rimarrebbe male”.

Ciliegina sulla torta, il video con protagonista Metroman, l’esuberante tizio che, con microfono e altoparlante a ruota, da anni “diletta” i viaggiatori della metro meneghina.

E ora il tour. Prossima data il 25 all’Ippodromo per il Milano Summer Festival (e io ci sarò). Poi Roma, Napoli e festival vari nella lunga estate calda che verrà.