I “pugili fragili” di Piero Pelù

di Diego Perugini

Piero Pelù ha pubblicato un nuovo cd, "Pugili Fragili". Un mix fra vecchi amori rock ed elettronica moderna
Piero Pelù

Ero un po’ perplesso sulla nuova svolta di Piero Pelù. Prima a Sanremo con un pezzo dedicato al nipotino, quindi un disco prodotto con Luca Chiaravalli, produttore di stampo pop elettronico. L’idea di un Pelù “nonno pop” imbolsito e ammorbidito mi spaventava. Invece è andata diversamente.

Con “Gigante” all’Ariston Piero ha fatto il rocker gigione e trascinante, insegnando a molti come si sta su un palco e come si “lavora” la platea (“scippo” della borsetta Chanel incluso). Il segreto l’ha rivelato giorni fa in conferenza stampa: “Alla mia età o ti diverti o vai a coltivare l’orto”.

E lui sembra ancora divertirsi un sacco con la musica, cercando nuove sfide. Per esempio il confronto con Chiaravalli, che è alla base del suono del cd appena uscito, “Pugili fragili”. “Io volevo fare un trio rock alla Stooges, lui una cosa molto pop. Ci siamo anche scontrati, ma alla fine abbiamo trovato un compromesso”, ha detto.

Non so come la prenderanno i vecchi fan dei Litfiba, ma il risultato, alla fine, convince. Un disco che mescola gli antichi amori rock, blues e punk del “Toro loco” con la modernità elettropop contemporanea. Sembrerebbe una contraddizione (e, in parte, lo è, come ha ammesso lo stesso Piero), ma il gioco funziona. E conferma che, se usata con discrezione e intelligenza, l’elettronica non fa male al vecchio rock e dintorni. Più o meno come è successo, non tanto tempo fa, con l’ultimo lavoro di Zucchero, “D.O.C.”.

Per Pelù, insomma, è un modo per svecchiarsi e festeggiare i suoi primi 40 anni di musica. I testi, sempre diretti e senza fronzoli, uniscono pubblico e privato, racconti intimi e lo sguardo sul mondo. Dall’amore matrimoniale alla gioia d’essere nonno, dal rispetto delle diversità alla condanna della violenza sulle donne, fino al grido d’allarme sui nostri disastri ambientali.

C’è un bel duetto con un altro “ragazzaccio” (più giovane) come Appino in “Fossi foco”, che rilancia l’anima punk ante litteram del poeta Cecco Angioleri. Ci sono il già noto duetto (virtuale) con Greta Thunberg di “Picnic all’inferno”, la torbida ballata “Nata libera” contro i femminicidi, con Pelù che entra nella testa malata di uno dei tanti (troppi) maschi fuori controllo.

Mentre “Pugili Fragili”, la canzone, ne mostra il lato più intimista, riflessione post-matrimonio sull’importanza di tener botta in un rapporto, nel bene e nel male. Più in là, a luglio, ci sarà il tour. “E lo spirito sarà punk. Non una celebrazione, ma una festa”.

De André & Pfm, il concerto ritrovato

di Diego Perugini

Per tre giorni al cinema, dal 17 al 19 febbraio "Fabrizio De André & PFM, il concerto ritrovato".
Fabrizio De André & PFM, il concerto ritrovato

Il mio primo incontro con Fabrizio De André fu proprio “quel” disco dal vivo con la Pfm. Perché da adolescente esterofilo, innamorato di Beatles, Elton John, Springsteen e via continuando, avevo sempre tenuto un po’ a distanza certo cantautorato italiano. Troppo pesante, impegnato, difficile. Poco rock, insomma. Poi arrivò una cassetta duplicata alla buona, e mi si aprì un altro mondo. Che bella voce, che belle parole. E che bella musica. I violini impazziti di “Zirichiltaggia”, la batteria incalzante di “Il pescatore”, lo struggente mandolino di “Andrea”. E, naturalmente, il fascino unico della poesia di Faber.

Quegli arrangiamenti (più o meno gli stessi, entrati di diritto nel “corpo” della canzoni) me li sono ritrovati poi nel corso degli anni, seguendo per lavoro e per piacere i tanti tour di De André. Quindi non mi sono perso l’anteprima di “Fabrizio De André & Pfm – Il concerto ritrovato”, docufilm di Walter Veltroni, che sarà nei cinema per soli tre giorni, da oggi a mercoledì.

Vi si narra proprio quel tour insieme, fra il 1978 e il 1979, magico incontro fra canzone d’autore e rock: la prima parte vede i ricordi e le testimonianze di chi c’era e c’è ancora, dal presentatore David Riondino ai “ragazzi” della Pfm e a Dori Ghezzi. Si racconta la genesi dell’idea, lanciata da Di Cioccio e accettata da Faber, nonostante (anzi, proprio per questo) lo scetticismo generale.

Le prove, le critiche, le difficoltà, ma anche il clima di creatività e divertimento. In un periodo in cui suonare dal vivo poteva essere un problema: era la fine degli anni Settanta, epoca di fermenti politici e tensioni anche drammatiche. E ai concerti poteva capitare di tutto, dalle contestazioni degli autoriduttori alle cariche della polizia. Ricordo ancora la preoccupazione (giustificata) dei miei genitori ogni volta che parlavo di andare a un concerto.

Tutte cose che sembrano oggi distanti secoli fa, memorie di un mondo che non c’è più. La seconda parte del film è quella più “miracolosa”. Perché, dopo oltre 40 anni, riporta alla luce l’unico documento visivo del live in comune, ritrovato dopo una lunga e rocambolesca ricerca del cocciuto Di Cioccio. Si tratta dello spettacolo del 3 gennaio 1979 a Genova, registrato con pochi mezzi e poche luci da tal Piero Frattari e conservato nel suo archivio fino ad oggi.

Immagini di fortuna e un po’ carbonare, visto che Faber non voleva venisse ripreso alcunché, restaurate nel miglior modo possibile. E ora disponibili al mondo tutto. E’ un vero e proprio documento storico: immagini scure e imperfette (ma affascinanti), con Faber sorridente al centro e quelli della Pfm dietro, visibili solo a tratti. Meglio ancora l’audio, che restituisce bene la magia sul palco, con De André cantare al suo meglio e la band a rivestire con preziosi arrangiamenti un pugno di classici immortali.

I titoli li sapete tutti (“Bocca di rosa”, “Il testamento di Tito”, “Amico fragile”…), dalla scaletta originale mancano solo tre pezzi, ma le immagini erano troppo rovinate. E, alla fine, si esce dal cinema col sorriso sulle labbra e tanti ritornelli nella testa. Quindi, andate al cinema, portatevi figli e nipoti, passate parola. Il modo migliore per ricordare De André che, fra l’altro, domani avrebbe compiuto 80 anni.

Bugo, finalmente nel “giro giusto”

di Diego Perugini

Lo scandalo all'ultimo Sanremo sta regalando a Bugo una popolarità inattesa. Che il cantautore sia finalmente entrato nel "giro giusto"?
Bugo

Me ne sono accordo andando in palestra. Per una volta non si parlava di calcio, ma di quanto accaduto a Sanremo fra Morgan e Bugo. Chiaro, Morgan lo conoscevano più o meno tutti, Bugo nessuno. E ora è diventato un cult, un tormentone. I miei colleghi di fitness lo citano spesso e volentieri, si chiamano Bugo fra di loro, come in un ironico codice. Quanto durerà? Non so. Intanto aspetto che vadano ad ascoltarsi qualche suo pezzo, chissà mai.

Di certo quanto accaduto all’Ariston gli ha portato una popolarità inattesa, sicuramente più che se le cose fossero andate lisce. Qualche complottista, addirittura, suggerisce che fosse tutto combinato. Per far casino, far parlare di sé, muovere le acque. Far rumore, parafrasando il vincitore Diodato. Sarebbe stata una mossa geniale e perversa al tempo stesso.

Intanto, comunque, si parla di Bugo. Ed è già qualcosa. Uno che ha una carriera ventennale fuori dal giro giusto (cit.) e che vuole, finalmente, entrarvi. Un artista estroso, dalla voce poco educata, indie quando quel termine aveva un senso, passato per una major e poi tornato ai vecchi lidi. Coccolato dalla stampa specializzata e amato da uno zoccolo duro di aficionados, ma praticamente sconosciuto al grande pubblico.

Io lo seguo da sempre, ma a corrente alternata: ricordo gli esordi da sgangherato profeta lo-fi, quando venne a suonare negli studi di my-tv, la web-tv per cui lavoravo vent’anni fa. Si presentò alla buona, stanco dopo la giornata in fabbrica, chitarra in spalla e tanta energia, e fece un po’ delle sue canzoni surreali e un po’ strampalate. Le mie preferite rimangono “Io mi rompo i coglioni” e “Piede nella merda”. Più avanti mi piacque “C’è crisi”, del suo periodo Universal, con tanto di gadget-spilletta che mi piaceva ostentare a mo’ di scaramanzia in tempi (era il 2008) in cui la crisi si sentiva davvero.

Più di recente, nel corso di un’intervista, mi parlò di un suo trasferimento in India per amore e di due d’anni d’autoanalisi per ritrovar se stesso. Poi me lo vedo d’improvviso nel can-can di Sanremo con tutto quel che ne è seguito. Ora ha fuori anche un nuovo album, che come titolo porta semplicemente il suo vero nome, “Christian Bugatti”. Un disco più regolare, pop, pulito, con ogni tanto qualche graffio dei suoi.

Mi fa specie vederlo dalla Venier o dalla D’Urso, mi fa strano vedere tutti i media scatenati a decantarne l’arte, gli stessi che sino a qualche tempo fa neanche erano a conoscenza della sua esistenza. Ma, come cantava Jannacci, “la televisiun la g’ha na forsa de leun”, soprattutto in zona festival e dintorni. E, allora, cominciano a fioccare le ospitate. Sabato, per esempio, lo ritroveremo in “Una storia da cantare”, il programma tv di Rai1 condotto da Enrico Ruggeri e Bianca Guaccero. Forse, Bugo sta entrando davvero “nel giro giusto”. Ma gli piacerà?

Sanremo 2020, vince Diodato!

di Diego Perugini

Vince Diodato. E meno male. Evidentemente il mio endorsement in tempi non sospetti ha portato bene. Vince un bravo artista, che ha seguito un percorso di crescita lento ma coerente. E che ora ne raccoglie i frutti.

E vince la canzone migliore, “Fai rumore”, una emozionante ballata che mescola pop d’autore e sonorità internazionali, coi vecchi Radiohead nel cuore. Poi Diodato canta bene, anzi benissimo, arriva in alto e tocca le corde dell’anima. Racconta una storia d’amore che diventa manifesto universale della necessità di rompere le barriere dell’incomunicabilità, del parlarsi, del “fare rumore”. Del confronto anziché dello scontro, ancora più necessario in questi tempi difficili, di odio e di urla.

Un tema affine a quello cantato da Francesco Gabbani in “Viceversa”, secondo arrivato. Si parte sempre da una storia di coppia, in cui è necessaria la reciprocità, un dare e avere, un “viceversa”, appunto. Sentimenti che è necessario estendere a tutti i rapporti, anche quelli più quotidiani, vincendo l’individualismo sfrenato dei nostri giorni. Chiamatelo altruismo, empatia, condivisione o, più semplicemente, umanità.

Il tutto sul filo di una canzone pop lieve e delicata, meno estroversa dei tormentoni del passato ma ugualmente orecchiabile. Piccolo particolare: dopo due vittorie, al terzo Sanremo l’artista toscano arriva secondo. Non è da tutti, segno che sa intercettare i gusti e il sentire della gente. Chapeau.

Terzi arrivano i Pinguini Tattici Nucleari, outsider come lo furono i “regàz” de Lo Stato Sociale. Poco nota al pubblico generalista, la band orobica è invece amata dalle nuove generazioni: infatti a guardar bene il cast sanremese, sono fra i pochi a riempire i palazzetti. Non a caso il loro live al Forum d’Assago del 29 febbraio è sold out da tempo.

“Ringo Starr” è una canzoncina divertente e divertita, metafora della solita “vita da mediano”, l’essere normali (anche un po’ sfigati, perché no?) in un mondo che ci vuole supereroi. Tema non nuovo (se ci pensate anche “Nessuno vuole essere Robin” di Cremonini gira intorno a quel concetto), ma svolto con simpatia, ironia, ritmo e un pizzico di goliardia. Un verdetto finale che, al netto dei gusti personali, mi sembra tutto sommato giusto.

Si chiude, quindi, il sipario su un Sanremo di discreto livello, dove non sono mancate le buone canzoni e dove le peggiori sono quasi finite tutte nelle retrovie della classifica. Adesso, come sempre, toccherà a vendite, streaming e visualizzazioni dire l’ultima parola. E non è difficile prevedere un pronto riscatto, in tal senso, per l’esuberante Elettra Lamborghini e la sua “Musica (e il resto scompare)”, già in odor di tormentone radiofonico.

Al prossimo anno, al prossimo Sanremo.

Il caso (umano?) Morgan a Sanremo 2020

di Diego Perugini

Tempo fa mia cugina, una pimpante ultrasessantenne, mi chiese un giudizio spassionato su Morgan. L’aveva visto in qualche trasmissione tv e l’aveva trovato insopportabile. Ho provato a difenderlo, spiegandole come lo ritenessi uno di talento, colto e preparato, ma rovinato da un ego spropositato e da una vita spericolata. Non riuscii a convincerla, ne sono certo. E non oso pensare cosa mi direbbe ora dopo la sceneggiata sanremese della scorsa notte.

Non so com’è andata veramente, non ero là, come tanti ho letto i report dal dietro le quinte. Non so chi ha torto e chi ha ragione, né come finirà (probabilmente a carte bollate), certo non è stato un bello spettacolo. Ancor più da due che, poco prima del festival, si dichiaravano amici fraterni. Ciò però non cambia, semmai amplifica e conferma, il mio pensiero sull’artista monzese.

Su di lui (e non da ora) leggo commenti al vetriolo, spesso superficiali. E’ vero, se li cerca tutti, con atteggiamenti al limite e sparate sopra le righe. Ma esiste anche un altro Morgan, che io preferisco ricordare. Quello di certi brani dei Bluvertigo e di un disco solista di qualità come “Canzoni dell’appartamento”, che forse sarebbe il caso di (ri)ascoltare senza pregiudizi. Poi Morgan è “responsabile” di uno dei live più struggenti a cui ho assistito, tanti anni fa.

Era il 5 giugno 2005 e il nostro tenne un concerto al Cimitero Monumentale di Milano proponendo la sua versione (assai simile all’originale) di “Non al denaro, non all’amore, né al cielo” del grande Fabrizio De André. Le musiche di Faber, la poesia di Spoon River, i morti sulla collina in uno scenario d’alta suggestione. Da brividi. Ricordo un cielo scuro, molto nuvoloso. Ma il tempo tenne fino alla fine. Per poi, poco dopo l’ultima nota, scatenarsi un furioso temporale liberatorio.

In tutto ciò, mi rendo conto di non aver parlato dell’altra metà della coppia scoppiata, Bugo. Anche lui bravo, più di nicchia e meno carismatico, dalla carriera più sotterranea, poco noto al grande pubblico. Ha perso, forse, l’occasione di un salto di qualità a livello popolare. Ma con Morgan “mina vagante” il rischio era in agguato. Peccato. Parafrasando le sue canzoni del periodo “lo-fi” ha messo un “piede sulla merda”, s’è “rotto i coglioni” e ora sta “con il cuore nel culo”. A Sanremo può capitare anche questo.

Tosca e l’arte della cover

di Diego Perugini

La serata sanremese dei tributi è quella che, da sempre, mi intriga di più. Perché l’arte della cover (nel mio piccolo, tanti anni fa, mi ci sono cimentato pure io) è difficile e stimolante, col rischio di sbattere il muso contro classici più o meno intoccabili e rimediare figure barbine. Ieri sera se n’è fatta un’abbuffata, con la solita maratona sino alle due di notte. Stavolta ho resistito. E ho fatto bene, perché proprio in coda sono arrivate le emozioni più forti.

Tosca ha reinterpretato un brano tosto e rifatto migliaia di volte (spesso da cani) come “Piazza Grande” di Lucio Dalla, dandone una versione diversa, femminile e un po’ flamenca, con l’aiuto della cantante spagnola Silvia Perez Cruz. Incantevole. E meritevole del primo posto assegnatole dall’orchestra. E’ stata una lezione di raffinatezza, intensità ed eleganza: come riprendere un classico senza inutili e dannosi stravolgimenti, ma al tempo stesso cambiandolo e regalando nuove e struggenti sfumature. Così si fa.

Poco dopo altre emozioni con Paolo Jannacci che riprende “Se me lo dicevi prima” di papà Enzo, brano splendido e, al tempo, un po’ sottovalutato. Qui Paolo decide di non sparigliare le carte, ma di rendere un omaggio sentito al genitore, senza se e senza ma. Niente originalità o riletture ardite, anzi certe frasi, certi atteggiamenti e certi sguardi rimandano volutamente a Enzo. E, per una volta, va bene così.

Anzi, ricordo una frase che, poco tempo fa, mi disse Paolo a proposito dei confronti con suo padre: “Ho preso così tante cose da lui che mi viene naturale esprimermi in un certo modo. Anzi, mi piace quando gli assomiglio, perché non c’è furbizia. Ed è un bel modo di ricordarlo”.

Ma anche gli altri duetti hanno avuto il loro perché, nel bene e nel male. L’incontenibile e arruffone Morgan con lo spaesatissimo Bugo; la gara a colpi di “stecche” fra Lamborghini e Keta; l’improbabile incontro fra Urso e una Vanoni (spiace dirlo) fuori giri; il solito divisivo Achille Lauro (con la brava Annalisa), più apparenza che sostanza; una Rita Pavone urlatrice sempre e comunque a fianco di un attonito “maestro” Minghi.

Gualazzi e Molinari bene sotto le stelle del jazz; coraggiosi (con qualche pecca) Rancore con Dardust e La Rappresentante di Lista; interessanti gli aggiornamenti rap di Anastasio con la P.F.M. per il classico di Zero. Divertenti Gabbani, Pelù e Pinguini Tattici Nucleari, micidiale “L’edera” versione Riki: come direbbe quel tale, ma che c’azzecca?

Ore piccole a Sanremo. E intanto Gabbani è primo

di Diego Perugini

In passato mi vedevo il festival dall’inizio alla fine, a volte riuscivo a sbirciare persino qualche passaggio del “Dopofestival”. E senza per forza arrivare all’alba. Stavolta no. Ho mollato il colpo dopo l’1 e mi sono buttato fra le amate coltri. Perché la mattina c’è da fare, mica esiste solo Sanremo.

Troppa carne al fuoco in questa edizione. Troppi ospiti, siparietti, monologhi, divagazioni e via perdendo tempo. Coi cantanti in gara che si esibiscono a ore improbabili, con lunghe pause fra l’uno e l’altro.

Così non va. Come se le canzoni, il concorso, la sfida, fossero semplici accessori (non i più importanti) di un monumentale carrozzone di spettacolo. Fosse per me, ridimensionerei tutto e metterei al centro le canzoni in gara, belle o brutte poco importa. Così che senso ha?

Però gli ascolti vanno bene, molto bene (ma il gradimento?), quindi facile intuire che si andrà avanti così, anche se Amadeus ha promesso che stasera si finirà prima. Amen.

A proposito, la classifica provvisoria vede Francesco Gabbani in testa. E, stavolta, senza filastrocche giocose e scimmie sul palco, ma con un brano più riflessivo, quasi filosofico. Evidentemente il cantautore toscano ha un feeling speciale con le giurie. Sa arrivare subito alla gente, merito non da poco. Salirà sul podio anche quest’anno?

Ultimo, invece, il tanto vituperato Junior Cally. Ma non l’ho visto. A quell’ora dormivo, sognando (forse) un Sanremo diverso.

Tiziano Ferro e il coraggio di sbagliare

di Diego Perugini

Il mio maestro di canto (sì, nella mia vita ho preso anche lezioni di canto, ma questa è un’altra storia) diceva sempre di non aver paura di osare. Perché se osi e (malauguratamente) sbagli, il pubblico capirà il tuo sforzo e ti perdonerà. Ma se non osi e vai sempre sul sicuro, chi hai davanti alla fine si annoierà. E ti volterà le spalle.

A questo ho pensato ascoltando Tiziano Ferro arrancare e sbagliare su un pezzo assai impervio, “Almeno tu nell’universo”, dell’inarrivabile Mimì. L’emozione gli ha giocato un brutto tiro, può capitare. Poi si può discettare a lungo sull’opportunità o meno di interpretare una canzone come quella. Chiamatela sfida, atto di coraggio oppure di presunzione. A ognuno il suo. Certo quel palco mette i brividi, fa paura. E in tanti sono caduti nell’errore.

Ne ricordo uno micidiale, in gara, tanti anni fa. Un pezzo bellissimo. Ma difficile, anzi difficilissimo, da funambolo della voce: “Io che ho te” dei New Trolls. Quella volta, era il 1969, ci fu un’esibizione terribile del grande Nico De Palo (dicono febbricitante), che ritroviamo ancora su YouTube.

Riguardarla mi fa sempre un po’ male. E, allora, mi vengono in mente le parole del mio maestro di canto. Valide non solo nella musica, ma anche nella vita. E ci sorrido sopra.

A Sanremo, vota Antonio (Diodato)!

di Diego Perugini

Ho deciso: quest’anno a Sanremo farò il tifo per Diodato. Perché è uno bravo, di talento, che merita più di tanti altri di entrare nell’Olimpo del pop. E perché, fatto non trascurabile, porta una bella canzone, “Fai rumore”, una emozionante ballata sulla necessità di abbattere i muri dell’incomunicabilità.

“E’ un invito a rompere i silenzi che creano distanze, a farsi sentire, anche col dissenso. Viviamo in un periodo di forte contrapposizione, in un mondo che urla, con l’odio che corre sui social. Io sono per dirsi le cose, non come scontro ma come confronto. E’ l’unico modo per non far morire l’umanità”, mi spiega durante il nostro incontro. Un pezzo per niente facile, fra l’altro, con suoni in crescendo e parti vocali da brivido. Si conservi bene l’ugola, Antonio. E in bocca al lupo. Poi sarà quel che sarà.

Gli chiedo che cosa si aspetta dal festival. Ci pensa un po’, incerto. Poi risponde sinceramente: “Io non sono tipo da competizione, le mie armi sono altre. Non ho mai scritto per il festival, semmai è il pezzo che mi porta al festival. E, allora, perché non sfruttare questa cassa di risonanza? Certo, spero di non arrivare ultimo, ma l’importante è fare bene quel che ho in mente. A Sanremo non ho mai vinto nulla, ma ne sono sempre uscito bene e ho vissuto momenti umanamente splendidi. Spero anche stavolta”. Chissà.

Intanto quest’anno si è già portato a casa il Premio Lunezia per il miglior testo. E il Premio della Critica non è così utopico. Ma è chiaro che la sua mente vola già più in là, al nuovo album in uscita il 14 febbraio, “Che vita meravigliosa”, titolo anche del singolo scelto da Ozpetek per il suo ultimo film. “E’ il manifesto del disco e ne riassume i contenuti. Una riflessione sul vissuto dei miei ultimi anni, fra confessioni molto intime e sguardi sul sociale”.

Ci sono canzoni d’amore, dove non è difficile intravedere i ricordi della sua storia (finita) con la “collega” Levante, anche lei a Sanremo 2020 per uno strano scherzo del destino. Titoli struggenti come “Fino a farci scomparire” e la conclusiva “Quello che mi manca di te”.

Diodato non fa nomi, ma l’autobiografia pare evidente: “Le storie finiscono, ma rimane l’amore vero, che sopravvive al noi, alla possesso, alle piccolezze umane. Sono felice quando, scrivendo, riesco a far sopravvivere quelle emozioni per sempre e comunicarle alla gente. Una delle cose più belle è quando dei perfetti estranei mi dicono: “tu racconti la mia vita”. Capisci che sei sulla strada giusta”.

Altrove il tono si fa più tagliente, come in “La lascio a voi questa domenica”, un vivace up-tempo che racconta il qualunquismo, la superficialità e la mancanza di empatia dei nostri giorni. “Prende spunto da un fatto vero: ero su un treno di ritorno a Milano, quando il suicidio di una persona ha bloccato tutto e sulle carrozze si è scatenato il circo impazzito dei commenti. Non do giudizi, è una semplice testimonianza”.

Mentre “Il commerciante”, dal curioso incedere bandistico, parte da un episodio di ordinaria quotidianità, il cambio dell’olio della macchina, che diventa metafora per descrivere la freddezza dei rapporti a cui ci stiamo abituando. “Per fortuna, poi, incontri ancora delle persone animate dalla passione per il loro lavoro. E ti fanno capire la differenza fra bottega e grande distribuzione. Anche nei sentimenti”.

E, poi, l’elettronica anni Ottanta di “Alveari”, un po’ alla Battiato, sul tema dell’imponderabilità delle cose, del ritrovare un equilibrio e delle priorità. Quindi, il gioco irrisolto fra amicizia e flirt di “Ciao, ci vediamo”, in chiave di orecchiabile pop-rock. E altri pezzi da scoprire.

Il tutto col filo conduttore di una voce che non ha paura di osare. E di arrangiamenti ricercati, che mescolano la tradizione d’autore agli amori brit-pop, con elettronica e sintetizzatori, echi di Radiohead, Pulp e via dicendo, sino a sfiorare il maestro Jeff Buckley.

Diodato presenterà il nuovo disco in due date speciali in aprile: il 22 all’Alcatraz di Milano e il 29 all’Atlantico di Roma. “Il live è diventato una parte fondamentale del mio lavoro: prima ero più insicuro, mi nascondevo dietro la chitarra. Ora ho imparato a divertirmi sul palco, cerco sempre spazi per suonare. E mi piace mescolare le carte, spiazzare e stravolgere i pezzi. Sarà una bella sfida”.

Ah, dimenticavo: a Sanremo vota Antonio, vota Antonio, vota Antonio….